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PRIMA DEL TEATRO ALLA SCALA CON MAXISCHERMO IN GALLERIA VITTORIO EMANUELE, DON CARLO

Basterebbe pensare all’ultimo libro di Daniele Capezzone – “E basta con ‘sto fascismo” – per comprendere attorno a che cosa ruoti, ancora una volta, la questione che ora riguarda la prima del Teatro alla Scala del 7 dicembre. Ma andiamo con ordine.

Quest’anno l’inaugurazione della nuova stagione teatrale scaligera ha dovuto incassare, causa impegni istituzionali, assenze importanti quali, in primis, quella del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e, in secundis, quella dell’attuale Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Come da tradizione, è l’ingresso sul palco d’onore delle più alte autorità ospiti, con relativi applausi, a permettere al Direttore di coordinarsi con l’orchestra e cominciare lo spettacolo a partire dall’esecuzione dell’inno nazionale. Un momento che è già esso stesso spettacolo. Basti ricordare il lunghissimo applauso record dell’anno scorso rivolto al Capo dello Stato in termini di ringraziamento per aver accettato la prosecuzione presidenziale oltre il proprio settennato. Così come due anni fa, quando il caloroso applauso verso lo Stesso fu accompagnato da grida di decine di spettatori che lo imploravano a rimanere al Quirinale.

Ecco, il 7 dicembre meneghino è molto più di una grande messinscena in mondovisione; ha un valore importante in quanto riflette il sentire popolare dell’anno appena decorso, facendosi specchio dell’attuale spirito nazionale.

L’attenzione mediatica si è inevitabilmente spostata sui “sostituti”. In assenza di Mattarella, il Don Carlo di Giuseppe Verdi ha dovuto “accontentarsi” del suo vice, la seconda più alta carica dello Stato, il Presidente del Senato Ignazio La Russa. Ma a chi importa rispettare ciò che rappresenta, quando la deriva è “fascista”? perché è quella la croce che il residente di Palazzo Madama si porta addosso,solo per essere stato schierato politicamente con una coalizione che lotta con questo fardello da più di trent’anni. Un quadro che va complicandosi quando a governare Milano è anche un sindaco di Sinistra, Giuseppe Sala. È proprio quest’ultimo a fare il coup de théatre.

Alla vigilia di Saint Ambrose favorisce turbolenze diplomatiche lasciandosi andare a varie dichiarazioni che lo vedrebbero seduto ben distante dal palco d’onore, quasi a snobbare chi lo presiederà. La massima ospitalità del primo cittadino sarebbe rivolta, invece, verso un altro grande personaggio della scena più “sociale” che politica, vale a dire la senatrice Liliana Segre. Ma come è possibile che un Presidente del Senato passi in secondo piano rispetto ad una senatrice a vita peraltro nominata in quanto tale? “È un gesto politico” risponde Sala “vuol dire quello che lei ha dato a Milano”. Quindi avrebbe potuto invitare il neo ambrogino d’oro, Fedez, per aver donato un capannone in piena pandemia alla città di Milano, mettendolo in prima seduta rispetto al Presidente?

Probabilmente, se invece dell’attuale sindaco ce ne fosse stato uno rivale, qualcuno avrebbe addirittura potuto condannare la scelta del Don Carlo di Verdi, opera da cui emerge ciò che può essere definito per davvero “patriarcato”, associato (scorrettamente!!) in questo periodo alla principale causa di femminicidio. Insomma, risulta proprio difficile non pensare a complotti e boicottaggi.

Il vero carico da novanta arriva, però, per mano della Cgil e dell’Anpi, che tuonano con allusive diffamazioni verso La Russa, evidentemente non ancora digerito nella carica super partes che ricopre, bensì inteso come rappresentante di una Destra etichettata, un po’ per convenienza politica un po’ per retaggio culturale, come fascista! Accusa gravissima.

Cosa significa esattamente “I fascisti non sono graditi al Teatro alla Scala”? Occorre rifarsi sempre agli stessi ridicoli mezzucci diffamatori per fare opposizione oppure, ad oggi, c’è davvero qualcuno che teme una presenza fascista nelle istituzioni? Eppure, dopo un anno di governo Meloni e con una maggioranza di centrodestra parrebbe il contrario. È come se i ruoli si fossero magicamente invertiti. I progressisti che fino a ieri davano dei “medievali” ai conservatori, oggi tornano a rievocare tirannie ferme – per fortuna – a settanta anni fa.

Prende allora la scena il sindacalista Maurizio Landini che, attraverso un comunicato, informa che non parteciperà “ad alcun cerimoniale di saluto istituzionale rivolto a chi non ha condannato il fascismo …”; come se ce ne fosse bisogno. Là dove non arriva la Sinistra arrivano i sindacati; là dove non arrivano i sindacati arrivano gli artisti; e chi tra questi va controcorrente è messo alla gogna (vedi Insegno). Se non è questa una lobby!

Tuttavia, l’immagine che alla fine ci è giunta è un’altra. Ha prevalso una civile diplomazia tra avversari politici, seduti vicini uno all’altro – c’era financo Matteo Salvini – ma più lontani che mai.