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NICOLA GRATTERI PROCURATORE DELLA REPUBBLICA DI CATANZARO

“Sei stata una scuola di vita che mi ha insegnato a vivere con onore. Per colpa di questi pentiti sei chiuso là dentro al 41 bis”. Chi è il maestro? Zio Turì, ovvero il boss catanese Salvatore Cappello, noto pluripregiudicato detenuto in regime di art. 41 bis.

A omaggiarlo ci ha pensato il nipote, il trapper neomelodico Niko Pandetta, che qualche mese fa, dal carcere dove era detenuto per scontare una condanna definitiva per spaccio ed evasione, lanciava il suo nuovo disco, “Cella 5”, mentre il video del suo arresto, operato dalla Squadra mobile per le strade di Quarto Oggiaro, faceva il giro del web. Sono i nuovi pizzini, quelli della mafia social, che inneggiano alla malavita e agli “uomini d’onore”.

Gli esempi sono tanti, di artisti che spopolano, soprattutto su Instagram e Tik Tok, quindi tra i giovanissimi; gli ingredienti sono sempre gli stessi: sprezzo per le istituzioni e ostentazione del lusso, celebrano l’omertà e insultano l’autorità e le forze dell’ordine. Un fenomeno raccapricciante, specie considerando il seguito che certi personaggi e le loro storie riescono ad avere: basti pensare alla diffusione che qualche anno fa ebbe l’hashtag #ES17, sigla che rimanda al baby boss Emanuele Sibillo, divenuto un vero e proprio destinatario di culto attraverso murales e altarini e, con l’avvento dei social, la sua mitizzazione si è trasferita nel digitale.

“È il consenso che rende la mafia quello che è”. Fin dal suo insediamento a Palazzo Chigi, Giorgia Meloni ha messo la legalità al centro del suo programma di governo e lo ha ribadito pochi giorni fa, durante l’incontro alla direzione nazionale antimafia, perché se le mafie sono capaci di rigenerarsi, devono esserlo anche le forze impegnate a combatterle. Come scrive la Dia “il futuro non è più una semplice distopia, il futuro è già oggi”.

E a spiegare i retroscena di un mondo criminale sempre più interconnesso, grazie agli apporti derivanti da nuove tecnologie e cyberspazio, è il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, nel suo nuovo libro “Il grifone”, scritto in collaborazione con il saggista Antonio Nicaso ed edito da Mondadori. “Le mafie mutano col mutare sociale, ci somigliano sempre più, vivono tra di noi – spiega il magistrato. Per esistere hanno bisogno di pubblicità e, mentre venti o trent’anni fa si facevano vedere in processione a portare i santi, ristrutturavano le chiese o sponsorizzavano le squadre di calcio, oggi i figli dei capimafia si fanno vedere sui social vestiti in modo sfarzoso e luccicante per dimostrare che quello è il potere, quella è la ricchezza”.

“La tecnologia – sostengono gli autori attraverso un’analisi lungimirante che guarda problema in una prospettiva globale – sta cambiando il volto delle mafie, e la vera rivoluzione è arrivata con l’avvento delle piattaforme social, delle criptovalute e del dark web”. L’identikit del mafioso nell’era digitale è ben tratteggiato dall’ultimo rapporto redatto dalla Fondazione Magna Grecia e presentato lo scorso marzo a Roma: in questa fase di ibridazione delle mafie “il linguaggio è diventato più immediato. Quello che prima venivabcomunicato attraverso espressioni del corpo ora si traduce in emoticon e hashtag”.

Ma non ci sono solo i simbolismi, ad allarmare è la natura degli attacchi: i pionieri dei crimini informatici sono stati i clan nigeriani, veri specialisti delle truffe online in cui gli aggressori cercano di ingannare le persone per convincerle a condividere informazioni sensibili; da non sottovalutare, poi, l’evoluzione delle comunicazioni criptate, perché le inchieste si moltiplicano; si cita, da ultimo l’operazione “Cavalli di razza”, condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano.

“I criminali – si scrive – erano talmente sicuri di non poter essere intercettati che nei messaggi si scambiavano anche foto con mazzette di soldi, panetti di cocaina, marchi impressi sugli stupefacenti, container, fornendo anche indirizzi, modelli di autovetture, targhe, nomi e soprannomi dei soggetti coinvolti nei vari traffici.” Criptovalute, malware, scommesse online, cyberlaundering. Quello a cui stiamo assistendo è un nuovo corso, è la mafia 2.0, quella degli hacker e dei colletti bianchi che si è dotata di nuove munizioni, le loro armi non sono più pistole, ma sofisticate tecnologie hardware e software che consentono di operare nell’ombra.

La loro caratteristica peculiare è la transnazionalità utilizzata come strategia espansionistica finalizzata innanzitutto a riciclare e reimpiegare i capitali illeciti, utilizzando tecniche di occultamento sempre più artefatte, frutto principalmente dei traffici internazionali. Quella che ci troviamo di fronte è una sfida epocale, perché la mafia è meno visibile, sì, ma continua a operare attraverso quel sottobosco di complicità e silenzio che la aiuta a riscuotere consensi nei territori dove regnano disagio sociale e marginalità. Allora, la presenza dello Stato in posti come Caivano, la salvaguardia di alcuni decisivi strumenti di contrasto come il famigerato articolo 41-bis e la valorizzazione dei beni confiscati alle cosche, sono determinanti per il venire meno delle condizioni che creano un terreno fertile per la proliferazione degli affari criminali.