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GIUSEPPE CONTE POLITICO

Riecheggiano ancora le facinorose accuse mistificatrici del Presidente pentastellato Giuseppe Conte:
“Sui banchi del governo non vedo seduta la Meloni, ma la Fornero”. Poco tempo addietro, infatti,
dagli scranni dell’opposizione, così inveiva contro l’attuale esecutivo, giocandosi il tutto per tutto,
tentando cioè di pungolare il sentimento degli italiani istigandoli al dissenso.

Un colpo da maestro quello dell’ex Premier che, molto finemente, sguaina come arma vincente la comparazione del presente governo con uno dei più austeri, quello tecnico di Mario Monti, sperando
di percuoterlo e indebolirlo agli occhi degli elettori. L’avvocato del popolo italiano – come amò definirsi – sa bene quanto sia ancora nitido il brutto ricordo di quegli anni “lacrime e sangue” che videro costretti gli allora Ministri ad attuare una serie di drastiche riforme per sanare l’economia del Paese. Prima fra tutte la riforma Fornero sulle pensioni del 2011. Ed è proprio su questo che fa leva Conte e la Sinistra: evidenziare promesse elettorali non (ancora) mantenute, a partire dagli slogan della Lega, per esempio, che ha costruito l’intera campagna sull’abolizione della Legge Fornero; o ancora, l’entrata in quiescenza raggiunti 41 anni di contributi.

Eppure, sfugge un dettaglio. Un programma proposto in campagna elettorale presenta un’anticipazione di obiettivi politici che ciascun eletto si auspica di porre in essere nel corso di tutto il proprio mandato, non di certo nel primo mese o anno, considerando anche un’ampia parentesi di variabili. Chi governa si trova spesso nella difficile posizione di doversi scontrare con i precedenti buoni propositi per colpa di concause che vanno dall’attualità, la quale porta immediatamente il focus su altro (improvvise catastrofi, alluvioni, terremoti, etc.), alla reale situazione ereditata dalle precedenti amministrazioni dirigenziali cui si perviene scoperchiando il vaso di pandora. Questo, chiunque abbia un minimo di onestà intellettuale, dovrebbe considerarlo. Conte, peraltro, ha guidato il Paese per ben due volte. Dunque, le sue illazioni sanno di ipocrisia mascherata da opposizione.

Trattare la questione previdenziale è un’operazione delicata per la sua complessità tecnica da una parte e, in virtù di questo, per la difficoltà nozionistica e comprensiva da parte dell’italiano medio dall’altra. L’accusa mossa dai lavoratori, quasi indistintamente ai vari governi che si succedono, è quella atta alla difesa di garanzie pensionistiche nell’ottica di due fattori: l’età e la prestazione. Se il desiderio è quello di andare in pensione il prima possibile e con il massimo premio, la realtà cui ci si scontra è un’altra, esattamente opposta e via via peggiore: si innalza sempre più l’età pensionabile decurtando l’emolumento.

Una situazione certamente complessa e difficile da accettare che porterà il sistema previdenziale al collasso qualora la linea adottata da tutti i governi continuerà in questa direzione. Basti pensare che lo scenario attuale vede i giovani costretti a lavorare fino a 74 anni compiuti. A rigor di logica non si potrà aumentare all’infinito l’età pensionabile perché, in tale condizione, questa si annullerebbe, arrivando ad eguagliare o superare l’età media di sopravvivenza posta oggi a 79 anni per gli uomini e 84 per le donne. Ma di fatto è ciò che da trent’anni si è iniziato a fare e si sta facendo. Questa è l’unica misura cui si riesce a guardare per una serie di motivi.

In primo luogo, a causa del crescente invecchiamento demografico rispetto alla calante natalità. Se cinquant’anni fa i lavoratori erano cinque volte il numero dei pensionati (la media era di quattro figli per nucleo familiare mentre la popolazione adulta era minore perché si portava l’eredità lasciata dal secondo conflitto mondiale), ad oggi i dati sono in controtendenza. A detto dato demografico si abbina anche la componente “sopravvivenza”. Cinquant’anni fa l’aspettativa di vita era di gran lunga inferiore rispetto ad ora, per cui andare in pensione a “60 anni”, oggi, significherebbe pagare potenzialmente vent’anni di inattività a ciascun pensionato.

Ma le falle più grandi che ci coartano alla sopracitata misura sono due, ed entrambe risalenti ad attuazioni sotto una Prima Repubblica dominata proprio da quella Sinistra che oggi, senza vergogna, si ostina a dettare insegnamenti del senso dei propri errori: vale a dire l’adozione di un metodo di finanziamento del sistema previdenziale “a ripartizione” (secondo cui ogni lavoratore paga dei contributi nell’arco della propria carriera lavorativa per potersi garantire un futuro pensionistico; contributi che, però, servono nel presente a finanziare gli odierni pensionati); mentre la seconda falla concerne le elargizioni troppo generose, tanto in termini di età quanto in termini di importi retributivi, fatte sempre nella seconda metà del secolo scorso.

Volendo spolverare doverose memorie: nel 1965 si tocca la pensione con soli 20 anni di contributi; nel 1973 le baby pensioni avvantaggiano le donne sposate riducendo il tempo di contribuzione necessario per la pensione addirittura a 14 anni, un mese e un giorno – viva la parità di genere e abbasso la società patriarcale – Follia! Poco più tardi pensioni privilegiate a militari e sindacalisti. Un’epoca d’oro che ha saputo saziarsi lasciando briciole contese dalle future generazioni colpevoli di essere nate dopo. Le prime avvisaglie del malfunzionamento sistemico le avverte solo Bettino Craxi prediligendo una primissima linea più lungimirante di gestione finanziaria che troverà, tuttavia, contrari i democristiani.

Con l’insediamento del governo Amato nel 1992 parte un’era riformistica che corre a picco. Lo Stato, per una serie di vicissitudini, deve “fare cassa” tale da arrivare perfino ad un prelievo forzoso del 6% dai conti correnti bancari dei cittadini italiani in una manovra finanziaria fatta dalla sera alla mattina in una notte di luglio – strano nessuno la rammenti etichettandola come una manovra fascista! Forse perché era firmata Amato e perché i fascisti sono a priori “quelli di Destra” – ma andiamo avanti. Ogni nuovo governo, da quel momento, dovrà fare i conti con i danni finanziari provocati nei decenni dai governi precedenti forti del boom economico degli anni post bellici.

Per uscire da questo tunnel a vicolo cielo non bastano, purtroppo, le già necessarie riforme. La chiave sta proprio nella correzione del metodo di finanziamento dell’intero sistema previdenziale, costruito in principio sul meccanismo della ripartizione, detto anche piramidale – i più maliziosi potrebbero alludere al famoso “schema di Ponzi”, illegale proprio per questo, per la sua fallibilità a lungo termine. Il ragionamento politico e finanziario da fare, oggigiorno, non può più ridursi o limitarsi ad una circoscrizione nazionale, ma è più ampio e deve spingere per orientarsi verso un progetto europeo comune. In prima battuta fu il premio Nobel per l’economia Franco Modigliani a suggerire un coraggioso cambiamento, ripreso e proposto successivamente dal Presidente Silvio Berlusconi. Una Maastricht delle pensioni. Peccato venne deriso e ignorato sin dal contesto di politica interna. Quando è davvero importante pensare di mettere qualcosa a fattor “comune”, paradossalmente è proprio la Sinistra a contrariarsi. Un fatto che imbarazza, e non poco.

Con che coerenza, allora, ci si interroga sulle responsabilità di un governo che guida la Nazione da solo un anno? Il lavoro di Giorgia Meloni, mai come oggi, è più arduo che mai. Ha ereditato un difficile compito sartoriale, quello di mettere le toppe alle falle di cinquant’anni di Sinistra per porre riparo alla mala gestione governativa e finanziaria di mezzo secolo. Non riconoscere questo è da ignoranti, perché se per elaborare delle strategie di finanziamento previdenziale occorre necessariamente studiarle guardando al lungo periodo, al contempo incoerente sarebbe non guardare indietro, cioè alla fonte, scovando gli errori di cui oggi paghiamo le conseguenze.

Come primo passo, quella pensata dalla Meloni è anzitutto una struttura che stretcha gli aumenti perequati frenando al salire dell’importo. La manovra 2024 prevede una riduzione delle aliquote di rendimento per le pensioni anticipate calcolate a partire dal 2024, con un occhio di riguardo per i dipendenti sanitari. Il taglio sull’assegno sarà dedotto vagliando i contributi versati entro il 31 dicembre 1995 azzerandosi con 15 anni di versamento. Tale manovra prevede una finestra di decorrenza gradualmente maggiore maturata con cadenza annuale per le pensioni anticipate, raggiungibili con 42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 e 10 mesi per le donne. Mentre per il 2024 resta invariato a tre mesi il tempo di uscita anticipata, sale a quattro mesi nel 2025, cinque mesi nel 2026, sette mesi nel 2027, fino ad arrivare a nove nel 2028. La legge di bilancio prevede, tra le tante, modifiche ai requisiti per la pensione di vecchiaia anticipata secondo cui dal 2024 vi si potrà accedere solo con un assegno dall’importo tre volte superiore a quello sociale.

Anche qui la contestazione non si è fatta attendere – “Meloni peggio della Fornero”. Ebbene, non è colpa della Meloni se sarà, e probabilmente dovrà essere, sempre peggio.