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PIERCAMILLO PIERCAMILLO DAVIGO

Non esiste manifesto propagandistico migliore sulla necessità di riformare la giustizia e anche la magistratura di Piercamillo Davigo. Ogni sua dichiarazione è un grido d’allarme e anche un gelido bagno di verità su una parte non irrilevante della nostra magistratura.

Questa volta Davigo si è manifestato in tutto il suo freddo giustizialismo inumano ospite del podcast di Fedez, non proprio un simposio di giuristi, ma è bastata una semplice domanda del conduttore per scatenare il Davigo più profondo. Il tema è quello ovviamente dei suidici degli indagati con particolare riferimento alla vicenda di Tangentopoli, dove le disumane tecniche persecutorie, l’utilizzo criminale della carcerazione preventiva per sfiancare psicologicamente gli indagati e l’esposizione alla gogna mediatica hanno rappresentato un marchio di fabbrica della Procura di Milano.

Ad oltre trent’anni da quei fatti sono state scritte molte pagine, e alcuni dei protagonisti hanno più o meno fatto i loro “mea culpa” e una parte di italiani, che hanno goduto della gogna riservata ai politici, oggi o se ne pentono o in perfetto stile italico hanno rimosso il tutto. Meno lui, Davigo, il proboviro, colui che sostenne in una nota trasmissione televisiva “non esistono gli innocenti, ma solo persone di cui non si riesce a dimostrare la colpevolezza”. Parole ribalde e anche pericolose, anche troppo, se pronunciate da chi non ha il compito di perseguitare ma bensì di perseguire i reati, di assicurare i colpevoli alla giustizia e di impedire che gli innocenti finiscano nelle reti strette del nostro folle sistema giudiziario.

Nessuno si aspetta da Davigo che si penta di ciò che è successo o che rivaluti dopo ben sei lustri quanto accaduto, che ammetta l’utilizzo da parte di quella “procura” di metodi ai limiti della violazione dei diritti umani, o che in fondo con la serenità del tempo spieghi che alla fine nell’ondata del successo e della mediaticità essi hanno calpestato ogni diritto e avviato una caccia ceca e selvaggia al solo scopo di abbattere un sistema politico. Non è questo che Davigo dovrebbe fare. Lui ritiene, infatti, di aver eseguito il suo dovere, di aver perseguito dei crimini. Ma le sue parole sono indicative di un modello che non può coesistere con uno stato di diritto, ossia quello di una magistratura che non ammette il concetto di “innocenza”, partendo da un preconcetto nei confronti dell’imputato che è il contrario di quello che dovrebbe essere lo scopo dell’attività inquirente.

Mai come oggi urge avviare una riforma seria, concreta e radicale, non solo della giustizia, ma anche della magistratura, e la politica deve assumersi il coraggio di questa decisone, altrimenti il Parlamento sarà sempre ostaggio degli isterismi persecutori delle procure politicizzate o mosse da recondite antipatie personali.

Quis custodiest ipsos custodes? Per rispondere a questa sempre attuale locuzione latina tratta da Gioveniale dovremmo chiederci come disse saggiamente Leone Trotsky “se il solo fatto di porci la domanda non sia essa stessa la risposta”… e quanto noi in Italia potremmo evadere per timore o paura questa domanda? Per quanto tempo potremo immaginare che possa reggere una democrazia in cui persiste uno squilibrio fra i poteri dello Stato, in cui i “custodi” siano de facto privi di ogni controllo, di ogni responsabilità e impuniti possano rovinare l’esistenza delle persone? Non può reggere, già non regge e la prima minaccia per uno Stato democratico non è la rievocazione di fantasmi passati, ma la perdita di legittimazione delle proprie istituzioni agli occhi dei cittadini. Una verità scomoda ma che interroga tutte le coscienze, e non si presta a nessun tipo di propaganda.

Ed è in questa sottile sfumatura la differenza tra una politica che intende risolvere il problema e una che invece mira più che altro a fare rumore, accendere gli animi e dividere le schiere al solo fine di imperare su una minoranza organizzata. La politica nel suo senso più alto deve riconoscere le storture sistemiche e risolverle senza assopirsi nei dogmatismi che nulla ottengono se non la deflagrazione stessa di ogni diritto e la conseguente morte della giustizia. Non vi è giustizia nell’ingiusto, nell’ottusità e nella grettezza, non vi è futuro nell’approccio mediocre ai problemi concreti.