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La settimana scorsa, i ministri delle Finanze dell’Unione Europea hanno raggiunto un accordo rispetto alle modifiche da apportare alle regole fiscali attualmente vigenti all’interno dell’Unione Europea, in modo da adattarle a una realtà post-pandemica caratterizzata da accresciuti debiti pubblici nonché da una situazione macroeconomica non propriamente brillante.

Le nuove regole prevedono che ogni Stato dovrà disegnare un piano di bilancio quadriennale in tandem con la Commissione europea. Quest’ultima potrà estendere detto piano fiscale fino a un massimo di sette anni alla condizione che il Paese si impegni a realizzare riforme che irrobustiscano la crescita economica e incanalino gli investimenti secondo le priorità stabilite dall’UE.

Le nuove regole spostano l’attenzione dal deficit e dal debito alla spesa primaria netta annuale, un indicatore fiscale che ha il vantaggio di misurare le componenti di spesa sotto il diretto controllo del governo. Il piano fiscale dovrà dunque prevedere un percorso di riduzione della spesa netta di un governo, previa un’analisi della sostenibilità del debito, al fine di riportare il debito e il deficit al di sotto dei limiti fissati dall’UE, rispettivamente del 3% e del 60% del prodotto interno lordo (PIL). Nella fattispecie, i Paesi con un debito superiore al 90% del PIL dovranno ridurlo di almeno l’1% del PIL all’anno. Per i Paesi con un debito compreso tra il 60% e il 90% del PIL, invece, la riduzione potrà essere pari allo 0,5% del PIL all’anno.

Alla conclusione del piano di bilancio quadriennale o settennale il deficit dovrà raggiungere al massimo l’1,5% del PIL. I Paesi con un deficit compreso tra l’1,5% e il 3% del PIL dovranno ridurre i loro disavanzi di almeno lo 0,4% all’anno del PIL per i Paesi con un piano fiscale quadriennale e dello 0,25% annuo del PIL per i Paesi con un piano fiscale settennale. Inoltre, le regole di bilancio richiedono anche una riduzione minima del debito per i Paesi con livelli di debito superiori al 60% del PIL. I Paesi con un rapporto debito/PIL compreso tra il 60% e il 90% dovranno ridurre tale rapporto di 0,5 punti percentuali all’anno per tutta la durata del piano fiscale. I Paesi con un rapporto superiore al 90% dovranno ridurlo di un punto percentuale all’anno.

Si tratta di percorsi di riduzione meno ambiziosi di quelli attualmente vigenti, secondo i quali ogni Paese dovrebbe ridurre il debito di 1/20 dell’eccedenza superiore al 60% ogni anno. Il limite massimo per il deficit di bilancio rimane quello del 3% del PIL, tuttavia le nuove regole introducono una “regola di salvaguardia”: un margine pari all’1,5% del PIL che verrebbe utilizzato nella pianificazione del percorso di spesa, per assicurarsi che il governo mantenga un margine di manovra anche in caso di eventi imprevisti e avversi, senza infrangere il limite del 3% dell’UE.

Per tenere conto degli attuali tassi di interesse della BCE, fino al 2027 i costi del servizio del debito saranno esclusi dal calcolo dei tagli al deficit quando un Paese presenti un deficit superiore al 3% del PIL, in modo da lasciare più risorse da spendere per investimenti. Per far rispettare il percorso di spesa concordato, la Commissione potrà avviare azioni disciplinari, che potrebbero tradursi in sanzioni pecuniarie nei confronti di quei governi che dovessero superare i limiti di spesa.

Un primo giudizio non può che riguardare la farraginosità delle regole. Piuttosto che puntare a regole chiare e facilmente leggibili (anche da parte dei mercati), la necessità di raggiungere un compromesso che scontentasse il meno possibile i diversi attori in gioco ha imposto l’addizione di regole bizantine la cui efficacia sarà tutta da dimostrare.

Ciò che sembra continui a sfuggire ai policymaker europei è che i mercati guardano oltre gli arabeschi contabili, essendo interessati alla storia che raccontano i conti pubblici: il paese ha una situazione fiscalmente solida o no? Ed è soprattutto per quest’ultima ragione che mi sembra si possa dire che questo compromesso è l’ennesima occasione persa.

Per quanto riguarda l’asfittico dibattito italiano, in cui sia la destra che la sinistra giocano a chi riesce a ottenere più flessibilità fiscale (ossia a chi spunta un deficit fiscale maggiore), la mia opinione è che non riusciamo a liberarci da vizi ed eredità del passato. È certamente saggio e, direi, inevitabile essere d’accordo con chi afferma che una riduzione del debito pubblico è condizione essenziale per sottrarsi a tempeste finanziarie che potrebbero far deragliare l’economia. Sul piano del dibattitto culturale, è assai desiderabile che le forze liberali e conservatrici si presentino come custodi e portavoce di una finanza pubblica sana. In termini pratici, non si deve chiedere all’Unione europea alcuna dilazione quanto alla riduzione del deficit pubblico, e anzi si dovrebbe proporre una meta ancora più ambiziosa per l’anno che viene.

Le dimensioni del perimetro statale sono, difatti, determinate non solo dalla pressione fiscale ma anche dalla spesa pubblica: dunque ogni taglio di tasse deve essere accompagnato da una riduzione della spesa, altrimenti non si sta davvero riducendo la presenza dello stato nella vita degli individui, ma piuttosto spostando l’onere finanziario sulle generazioni future. E questo una destra liberale e conservatrice non può perseguirlo né deve avallarlo.

Da ultimo, mi sembra assai auspicabile la reintroduzione nel dibattito pubblico della proposta di un bilancio costantemente in pareggio. O, ancora meglio, di un bilancio sempre leggermente in surplus, dato che le stime relative alle entrate fiscali sono per loro natura parzialmente aleatorie. Ciò renderebbe possibile una riduzione costante dell’immenso stock di debito pubblico che affligge il nostro Paese. Si potrebbe pensare a qualche forma di maggioranza parlamentare (super)qualificata che in situazioni di emergenza potrebbe dare il via libera al ricorso al debito, a mo’ di clausola di salvaguardia, ma nulla di più. Insomma, considerazioni pratiche si sommano a ragioni teoriche (e morali) per respingere il ricorso
a ulteriore deficit. Faremmo bene a prenderne atto e ad agire di conseguenza.