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Il 7 ottobre 2023 è una data che rimarrà scolpita dolorosamente nella memoria di tutti coloro che vivono e ambiscono a vivere in un mondo libero e democratico: l’attacco dei miliziani di Hamas, organizzazione politica islamista e fondamentalista palestinese, nei confronti del popolo israeliano. Un’aggressione di matrice terroristica senza precedenti, caratterizzata da una ferocia inaudita: un’estesa operazione sviluppatasi via terra, via mare e via aerea, che ha mietuto barbaramente le vite di circa 1400 civili israeliani. 

Un attacco, degenerato presto in una guerra sanguinosa, che ha dato origine ad una crisi umanitaria disastrosa. Tuttavia, a circa 1600 km da Gaza, sta prendendo forma un’altra crisi che, seppur non volendo ricadere in un aspetto venale, potrebbe incidere sull’assetto dell’economia mondiale: da un po’ di giorni a questa parte, infatti, si stanno verificando degli avvenimenti che, anche se non trattati, o trattati marginalmente dalla maggior parte dei mass media, potrebbero avere una risonanza sul mercato globale pazzesca.

Nelle ultime settimane, il gruppo ribelle yemenita degli Houthi, un’organizzazione armata di estremisti islamici filo-Hamas, marionetta del grande burattinaio Iran, è stato protagonista di svariati attacchi di pirateria marittima nei confronti di navi cargo e petroliere appartenenti a compagnie di bandiera di Paesi filo- israeliani, impedendo a queste ultime il tranquillo transito attraverso lo Stretto di Bab el-Mandeb. Situato tra la Penisola Arabica e il Corno d’Africa, tale stretto collega l’Oceano Indiano al Mar Rosso e, risalendo il Canale di Suez, al Mar Mediterraneo; una via di accesso chiave per il traffico del commercio mondiale, che mette in comunicazione Europa e Asia, senza in questo modo dover circumnavigare l’Africa attraverso il Capo di Buona Speranza. 

Non occorre, dunque, sottolineare l’importanza strategica di questa rotta.
Ma la minaccia dei pirati yemeniti sta mutando le sorti economiche globali: l’intensificazione dei loro attacchi sta generando un’insicurezza marittima che, ça va sans dire, di conseguenza alimenta una sempre più crescente fragilità energetica e commerciale.  La paura di violenti attacchi alle navi, il timore di ipotetici sequestri e aggressioni all’equipaggio, hanno condotto ben quattro delle cinque aziende marittime internazionali più importanti di importazione ed esportazione merci, che rappresentano circa il 53% del commercio globale di container (tra le quali la britannica Bp,il francese CMA CGM, il colosso danese Maersk, lo svizzero MSC), ad optare per la sospensione del transito delle proprie navi sul Mar Rosso, decidendo di percorrere la circumnavigazione dell’Africa. Tragitto quest’ultimo più lungo circa di 10 giorni. Una scelta che ha immediatamente avuto dei risvolti  economici rilevanti, stimando un’aumento dei costi di gestione dell’imbarcazione e dei suoi componenti di circa il 30% e, di conseguenza, un aumento immediato del prezzo dei prodotti (per esempio del petrolio e del gas).

Il 12% del commercio mondiale è soggiogato da un gruppo di guerriglieri dipendenti dall’Iran. Ma qual è stata la reazione delle principali potenze mondiali? 

Gli Stati Uniti, in primis, risentono di questa situazione e di questa perdita di autorevolezza sul piano internazionale: il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti Lloyd Austin, infatti, ha annunciato la nascita di una coalizione formata da vari Stati, tra i quali sarebbero dovuti rientrare l’Italia, la Francia e la Spagna, per proteggere la navigazione commerciale nel Mar Rosso, non esitando ad intervenire militarmente ove si ritenesse necessario. Un’operazione militare chiamata “Prosperity Guardian” , letteralmente “Guardiano della Prosperità”, missione statunitense che però, tuttavia, ha destato numerose perplessità. Alla coalizione annunciata da Austin, infatti, non partecipa la Germania per manifesta incostituzionalità, forse influenzata anche dall’ONU, che attualmente non si è espressa a riguardo, ma che nutre forti dubbi sulle dichiarazioni del Pentagono.

Ma quali sono le posizioni sulla vicenda prese dall’Italia, dalla Francia e dalla Spagna? La situazione appare confusa.
La Spagna ha dichiarato che non parteciperà all’operazione militare “Prosperity Guardian”, bensì prenderà parte solo a missioni guidate dalla NATO o a operazioni coordinate dall’Unione Europea; per quanto concerne invece il “Pays des Lumières”, la Francia, il Ministero della difesa ha esplicitamente comunicato che sosterrà la libertà di navigazione nelle acque del Mar Rosso, sottolineando tuttavia che le navi rimarranno sotto il controllo della amministrazione francese. E l’Italia? Il Ministro della Difesa Guido Crosetto ha dichiarato che invierà la fregata militare Virginio Fresan nel Mar Rosso, al fine di proteggere gli interessi nazionali. L’invio di queste navi, tuttavia, non fa parte dell’operazione “Prosperity Guardian”, bensì dell’operazione “Atalanta”(la missione diplomatico-militare dell’Unione Europea per prevenire e reprimere gli atti di pirateria marittima lungo le coste degli stati del Corno d’Africa), confermando l’intenzione, assieme alla Francia e alla Spagna, di non esporsi pubblicamente in maniera eccessiva su questo fronte, portando ad una prematura battuta d’arresto l’’iniziativa americana. Iniziativa americana aggravata da una segnalata carenza di navi da guerra, ostacolando l’avvio dell’operazione contro i pirati yemeniti.

Per tutta risposta gli Huthi minacciano di intensificare i loro attacchi, fino a sferrarli anche ogni 12 ore, l’ultimo di questi rivendicato negli ultimi giorni, a danno della nave commerciale MSC united, diretta verso Israele.

Il conflitto tra Israele e Hamas sta coinvolgendo a macchia d’olio sempre più Paesi, con l’incertezza e il tormentato dubbio di una possibile escalation bellica futura e di un possibile tracollo dell’economia mondiale. Le prospettive non sono delle più rosee, non ci resta che vedere come procederanno le cose.