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JOSEPH RATZINGER PAPA BENEDETTO XVI

Nella  gara ad eleggere l’uomo o la donna dell’anno, spesso dovuta più al bisogno ideologico di compiacere una parte dell’opinione pubblica e a rappresentare qualche istanza che consenta l’alibi di cassa di risonanza mediatica che ad una vera e propria ricerca della figura che ha segnato l’anno appena concluso. Per noi non è stato difficile indicare la figura che ha segnato l’ultimo anno e forse l’epoca nella quale viviamo, e non è un caso che l’uomo di cui parliamo abbia lasciato la vita terrena proprio alla vigilia di questo Anno Domini 2023, Benedetto XVI il duecentosessanticnquesimo successore sulla cattedra che fu di Pietro, Pontifex maximus ( il più antico titolo ancora vigente che proviene addirittura dal secondo Re di Roma Numa Pompilio) e l’ultimo Dottore della Chiesa ( ndr).

Benedetto XVI terminava la sua esperienza terrena con il concludersi del nuovo anno, e consegnando la sua testimonianza di vita ai posteri quale esempio e guida per i cristiani. Nei nove anni da Papa emerito ha continuato a rappresentare una guida e un faro per i credenti che in lui, nelle sue parole e nella sua predicazione hanno trovato una roccia e un guardiano silenzioso che ha protetto la cristianità dalle tempeste che si abbattono ogni giorno su di essa. 

La sua forza è stata una forza della fragilità, quella costante umana che spesso ci induce a dubitare ad interrogarci a mettere in discussione ogni cosa e a non reggere il peso delle nostre scelte, ed è nella fragilità che l’incontro con Cristo si fa più autentico e diretto, ed è questo che Benedetto XVI ci ha insegnato: chi ha Dio non è mai solo, e anche le scelte più difficili, quelle che possono mettere in discussione ogni certezza consolidata devono essere assunte nella consapevolezza che la verità  è in noi, la verità è nel Logos, e il Logos è Dio, e solo aprendo il cuore a Dio noi saremo artefici di quella verità. 

Benedetto XVI è stato nocchiero in mezzo alla tempesta, ed è questo forse il più grande sacrificio che la volontà di Dio gli ha comandato, trovando nell’uomo Joseph Ratzinger il devoto “ servitore nella vigna del Signore”,  che ha preso la lanterna ed ha guidato l’umanità sempre più piegata su stessa, sempre più preda delle sue paure, figlie del vuoto della modernità. 

 Lo ha fatto finché le forze fisiche non hanno reso impossibile questo compito lasciando con l’atto di più grande umanità il “ministero pietrino” per farsi testimone della sofferenza nel ritiro della preghiera. Con la sua “ rinuncia” realizzò l’azzeramento della curia romana e della  complessa architettura di potere nella Chiesa, facendo leva sul quel vecchio adagio delle monarchie assolute “ simul stabunt vel simul e compiendo egli stesso e non altri quella pulizia di cui la Chiesa bisognava e che solo con il massimo sacrifico poteva essere compiuta. E in quel  “ per sempre” rievocato nell’ultima udienza generale spiegò che “Non abbandono la croce, ma resto in modo nuovo presso il Signore Crocifisso. Non porto più la potestà dell’officio per il governo della Chiesa, ma nel servizio della preghiera resto, per così dire, nel recinto di san Pietro”.  Quella croce seguiterà a portarla  fino all’ultimo istante, come fece da quel giorno in cui in vece di Giovanni Paolo II attraversò le strade del martirio degli antichi cristiani verso il Colosseo.  

In quell’ultima udienza volle però nel congedarsi testimoniare un’ultima verità spesso ignorata o disattesa sfuggevole nella materialità dei nostri tempi in cui la voracità dell’egoismo e dell’ambizione umana prendono il sopravvento: “ho sempre saputo che in quella barca c’è il Signore e ho sempre saputo che la barca della Chiesa non è mia, non è nostra, ma è sua. E il Signore non la lascia affondare; è Lui che la conduce, certamente anche attraverso gli uomini che ha scelto, perché così ha voluto. Questa è stata ed è una certezza, che nulla può offuscare. Ed è per questo che oggi il mio cuore è colmo di ringraziamento a Dio perché non ha fatto mai mancare a tutta la Chiesa e anche a me la sua consolazione, la sua luce, il suo amore”.  

Chiamato nel momento più difficile, seppe testimoniare la verità più profonda del servire Dio e del guidare la Chiesa che non è degli uomini ma è di Dio.

Benedetto XVI  come cantò Dante di Virgilio “Facesti come quei che va di notte, /che porta il lume dietro e sé non giova,/ma dopo sé fa le persone dotte.”  Portatore di luce nell’oscurità questo è stato Benedetto XVI, e questo fu lo scopo del suo difficile, tormentato e turbolento pontificato e fu lui stesso ad annunciarlo ben prima che lo Spirito Santo lo chiamasse. Risuonano ancora cosi attuali, così infuocate di verità le parole della sua celebre omelia, la Missa Pro Eligendo Romano Pontifice pronunciate il 18 aprile del 2005, in quella invettiva contro la “dittatura del relativismo”, contro “l’inganno dell’uomo” che conduce all’errore”, in un’epoca in cui la “barca dei credenti” è avversata dalla tempeste, dai “venti di dottrina”, mentre il nostro unico orizzonte deve essere quello del “vero uomo”, da cui nasce il “vero umanesimo”. Parole profetiche sopratutto oggi dove i falsi profeti  vaneggiano la disumanizzazione, la distruzione delle certezze. 

Capi prima di tutti quanto fosse cupa la notte verso la quale ci dirigevamo e come fosse necessario essere pronti, agguerriti con l’unica arma in grado di aiutarci a superare il deserto: “ Noi, invece, abbiamo un’altra misura: il Figlio di Dio, il vero uomo. É lui la misura del vero umanesimo. “Adulta” non è una fede che segue le onde della moda e l’ultima novità; adulta e matura è una fede profondamente radicata nell’amicizia con Cristo. É quest’amicizia che ci apre a tutto ciò che è buono e ci dona il criterio per discernere tra vero e falso, tra inganno e verità”.

L’allora Cardinale Ratzinger ci svelò la vera battaglia che è in fondo quella che si combatte nel cuore d’ogni uomo, nella più profonda delle pieghe della nostra anima. 

In questo Benedetto XVI è stato anche e sopratutto un Papa politico,  e la sua forza è stata quella di risvegliare le coscienze sulle due polarità di questa battaglia; quella spirituale e quella “umana” nel senso di difesa dei nostri valori, della nostra cultura e dell’Europa intesa come culla della cristianità. Cogliendo appieno la necessità di combattere questa battaglia, di non cedere e di arrendersi e sopratutto di non abbandonare l’Europa al destino della secolarizzazione e scristianizzazione, come San Paolo assunse su di se l’onere della predicazione,  e di rievangelizzare il cuore pulsante del Cattolicesimo. Non nelle periferie del mondo, ma nel cuore pulsante in Europa si combatte la vera battaglia, quella decisiva, che non potremo eludere all’infinito. 

Quale uomo se non colui che prese la Croce per noi, che ci mise in guardia, che ci testimoniò l’importanza di ritornare ad una fede autentica e che difese l’Europa quale capitale della Cristinità e della libertà, e che  ammonì l’uomo dalla ricerca suicida di disumanizzare l’individuo. Chi se non lui ad un anno dalla sua scomparsa può essere definito senza reticenza alcuna l’uomo dell’anno, se non ancor di più l’uomo del secolo.