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BEATRICE VENEZI - DIRETTORE D'ORCHESTRA

Nizza. Al Teatro dell’Opera si toglie la scena ad uno dei più acclamati Direttori d’Orchestra, Beatrice Venezi, accusata di fascismo solo perché vicina a Fratelli d’Italia. Così, tra migliaia di spettatori, schiamazza e si ridicolizza in tinta fascista un fanatico gruppetto di melomani “antifascisti”. Ci risiamo, e sicuramente ci risaremo.

L’ultimo ricordo risale alla Prima del 7 dicembre del Teatro alla Scala, quando un tal giornalista, Marco Vizzardelli, a inizio spettacolo gridò liberamente “Viva l’Italia antifascista” rompendo il silenzio e la compostezza ortodossa dell’evento. In quel caso – c’è da dire – l’insulto fu paradossalmente più delicato, in quanto il messaggio fu espresso furbescamente in termini “generici” seppur rivolto, nel sottinteso, a determinate figure politiche presenti in sala. Questa volta no.

All’Opera di Nizza ci si è scagliati contro una donna, rivolgendole accuse in maniera diretta e aggressiva mediante striscioni da stadio. “Non vogliamo i fascisti” recita lo striscione che ha indegnamente accolto il Direttore. Il concerto di Capodanno si è aperto con un misero teatrino politico per mano di taluni loggionisti. Viva il teatro che non vuol farsi oggetto politico. Viva il teatro che guai ad etichettarlo “di Sinistra” pur essendolo in lungo e in largo. Viva il teatro degli uomini di cultura che hanno una tale apertura mentale da non considerare il concetto di “democrazia” confondendolo con la “demagogia” e vedendo ancora il fascismo in opposizione alla Sinistra.


La Venezi non è nuova a questo genere di insulti per via del suo coraggio nell’esporsi legittimamente nella causa liberale in cui crede e che non ha mai nascosto, cosa cui invece sono costretti molti altri artisti per paura di farsi terra bruciata. La sua fortuna è la bravura e i conseguenti primati raggiunti nella sua carriera, tale da renderla immune da compromessi e un po’ più tranquilla nella coerenza delle proprie idee. Questo però non è bello e non è giusto, perché la stragrande maggioranza di artisti “non big” è costretta a omettere il proprio credo o a bugiardare la propria fede (ipocritamente) per compiacere i piani alti del proprio ambiente.

Alle urla e ai fischi dei contestatori, la risposta del Direttore d’orchestra è stata di tutt’altra fattura: un elegante inchino teatrale. Come il teatro insegna – se non c’è conflitto non succede nulla e la scena diventa piatta – anche per questo ha preferito contrapporre, ad un improprio scempio sinistroso, la propria classe ed un’estetica democratica – citando Dostoevskij “è la bellezza che salverà il mondo”.


Dal pubblico si è levato qualche timido e pauroso applauso alla deficienza inscenata dall’alto, ma poi subito un unanime buuato d’indignazione verso l’accaduto, rivolgendo immediatamente pieno sostegno all’artista. Veramente penosi! Ma davvero si sono disturbati nello scrivere, portare e srotolare uno striscione simile in teatro? E la Sinistra? Ha taciuto. Un gesto così ridicolo, ormai banale per la frequenza, e incommentabile da non essere commentato neanche dalla Sinistra stessa. Apriti cielo se lo striscione avesse riportato una frase del tipo “Non vogliamo i comunisti”. Avrebbero preteso, con ogni probabilità, altezzose spiegazioni se non addirittura le dimissioni del Ministro della Cultura, del Sindaco della città, di Prefetto e Sovrintendente. Pietà.

Basta con questa dittatura antifascista. L’arte è intrisa di artistoidi-sinistroidi nonché di sostenitori, cultori dell’arte e affini, ma anche di succubi latenti che temono di uscire allo scoperto dicendosi di Destra per paura di essere parimenti condannati, accusati di fascismo – così… a buffo! – e allontanati dalla casta di Sinistra. Un artista – a detta di molti – non può parlare di politica e se lo fa deve scontatamente parteggiare per chiunque non sia di Destra anzi, questa, condannarla con ogni mezzo. Un artista non ha la propria libertà ideologica in un Paese, l’Italia, che si dice democratico e che conta un partito che porta questo aggettivo impropriamente.

Piena solidarietà a Beatrice Venezi, una donna forte, che con coraggio ed eleganza non si priva della propria libertà d’espressione ideologica. Una artista che non ha mai abusato della propria posizione – cosa non dovuta – per orientare il pubblico verso precisi slogan politici, ma che ha sempre diviso il privato dal lavoro. Una artista che sente propri i valori conservatori della propria Nazione che difende anche nella conservazione della lingua – esattamente come il Premier Meloni – preferendo essere chiamata al maschile come “il Direttore d’orchestra”. Se questo è fascismo!