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Giovedì 21 dicembre 2023. Roma respinge il MES. La Camera dei Deputati blocca il “Trattato” con ben 184 voti contrari raccolti principalmente dai partiti di estrema destra e dal M5S, mentre Forza Italia si astiene assieme ad Alleanza Verdi Sinistra e Noi Moderati. Viceversa, il SI alla follia ha trovato 72 voti provenienti dal Partito Democratico, Italia Viva e Azione, fortunatamente non sufficienti per la ratifica.

Nella conferenza stampa del 4 gennaio 2024, Giorgia Meloni non si smentisce e ribadisce quanto sostenuto giorni prima: “il MES è uno strumento obsoleto”. Questa accelerazione non è condivisa da FI la quale opta per una “astensione responsabile da una votazione irresponsabile” in quanto – specifica l’Onorevole Andrea Orsini – “parlare del MES è un espediente” e aggiunge “ciò che rende questa discussione surreale è che non si stia discutendo affatto della ratifica del MES, ma di un nuovo regolamento senza il quale il MES continuerà a funzionare con le vecchie norme; inoltre, è un regolamento che contiene alcune criticità che avrebbero meritato una riflessione più approfondita”.

È proprio l’opposizione, infatti, ad aver voluto porre in essere detta ratifica, non in merito ad una considerata urgenza da essa intesa, ma con il deplorevole miraggio di ostacolare l’esecutivo su un tema ritenuto divisivo. Operazione singolare se i primi ad essere divisi oltre che divisivi sono gli stessi onorevoli dell’attuale opposizione. Non c’è nulla di più vergognoso del vano sforzo inscenato dall’opposizione, in un teatrino fatto di lezioni sul senso dello Stato e morali sbraitate nell’idea di impartire ad altri il senso dei propri errori, di servirsi di delicate faccende istituzionali per colpire il governo. Ma questa, come sappiamo, è l’ormai nota grammatica “sinistra” destinata storicamente a fallire, cadendo in un’irrisorietà che al contempo smaschera, a riprova della propria ortodossia cui il centrodestra compatto è assai distante, lo scopo tattico mortificante l’interesse nazionale.

Prevedibili turbolenze hanno agitato l’aula parlamentare. Severo l’intervento di Noi Moderati. Un crescendo di confusione su un tema caldo che ha portato taluni deputati di FdI ad inveire contro gli scranni dell’opposizione. Tuttavia, tutta questa bagarre sul Meccanismo Economico di Stabilità non si esaurisce con l’avvenuta votazione, piuttosto ne rappresenta uno standby.

La posizione corrente di Palazzo Chigi è chiara per quanto complessa. Se riflettiamo sul MES andando cioè alla sua fonte, è in parte condivisibile la sua attuazione in ragione del motivo per cui è nato: il sostegno finanziario ad eventuali Stati membri in crisi. Il governo di Giorgia Meloni propone d’altro canto un ragionamento trasversale. In un momento fortunato per la Nazione in cui “il sistema bancario italiano è tra i più solidi in Europa” – afferma il Premier – “la mancata ratifica può essere l’occasione per avviare una riflessione in sede europea su nuove ed eventuali modifiche al Trattato, più utili all’intera Eurozona” e nel primo discorso 2024 precisa: “Non credo che il tema della mancata ratifica vada letto in relazione ai risultati del Patto di Stabilità” che parte dal 2025 e non dal 2024; afferma in merito “Mi pare presto parlare di manovra correttiva. In corsa si valuterà che cosa si dovrà fare, sulla base di quello che accadrà. Da Borsa, spread e occupazione arrivano dati incoraggianti”. Più rigida la posizione di Giorgetti che dal MEF lancia allarmi in peius temendo l’austerità europea.

Quella che emerge è una manovra furba in luogo di politica estera per gli interessi della propria Nazione. Evidentemente, in politica interna c’è chi preferisce non vedere le astute circostanze che il nostro Presidente del Consiglio sta intelligentemente orchestrando. Pur di fare uno sgambetto ai propri avversari, qualcuno è disposto a sfumare i confini di internal governance gettandosi nelle grinfie della Troika. Questo qualcuno porta, fra tutti, il nome di Elly Schlein. Insomma, il MESsaggio è chiaro: il MES non è una priorità.

Il respiro antiMES che accompagnerà i contrari per i prossimi sei mesi è oltretutto allietato da un divertente spaccato nella casa progressista. Mentre Conte ha seguito la linea esecutiva, non senza rinfacci e forti alterchi nei giorni immediatamente antecedenti, che lo hanno visto umiliato per mano di Meloni in un suo discorso alla Camera, tale da voler scomodare un Giurì d’onore per ripulirsi l’immagine, non ha invece seguito la stessa linea il Partito Democratico. Questo comporterà un disagio notevole per entrambe le parti in politica estera.

Ma ora, cosa succederà all’Italia senza la ratifica del MES?

Se da gennaio 2024 le banche sarebbero state “coperte” da eventuali rischi, finanziariamente parlando, ad oggi non sarà possibile. Questo, però, non si traduce in una vertiginosa scopertura finanziaria del perimetro bancario italiano, in quanto il 30 giugno 2024 si ridiscuterà il testo della ratifica. Improbabile che, nel peggior scenario possibile, un sistema nazionale bancario possa accusare segni di cedimento in questo lasso temporale. Detta procrastinazione è quindi scevra da ogni ridondanza.

Il MES, tanto utile quanto infame

I principali Stati dell’Eurozona a finanziare il MES sono Germania, Francia e Italia, gli stessi ad aver dato origine, peraltro, al Pandemic Crisis Support dal bacino di 240 miliardi di euro destinato però alla sola sanità. Sempre causa Covid, nel 2020 ha preso forma un ulteriore fondo, il Recovery Fund, poi ribattezzato come Next Generation EU, atto a sovvertire gli effetti del Coronavirus con la prospettiva di rilanciare l’economia; sicuramente più svantaggioso in termini temporali rispetto al Fondo Salva Stati che invece vanta una celere erogazione.

Usare il MES, cui ogni decisione rimanda ai Board of Governors and Directors, ha certamente un duplice risvolto essendo un’arma a doppio taglio. Se il nobile motivo che lo ha partorito aiuta ad evitare situazioni drammatiche già vissute o sfiorate – pensiamo alla Grecia del 2009 – non può dirsi altrettanto nobile l’instabilità sociopolitica che ne scaturirebbe a seguito dell’adozione di un’ampia parentesi di riforme che il Paese interessato, ossia quello richiedente il Meccanismo Economico, secondo un do ut des si dovrà impegnare ad attuare, il cosiddetto “Memorandum”.

L’avvedutezza governativa, che in tali termini ha sempre custodito la ragione dei vari esecutivi, è figlia di una paura da anni enfatizzata, tra i tanti, dall’economista Giulio Tremonti: concerne il rischio di finire nelle mani della Troika (un terzetto di matrice europea con a capo la BCE, il Fondo Monetario Internazionale e la Commissione Europea). Le riforme non richieste ma imposte dall’Europa sarebbero asettiche, lacrime e sangue, insensibili alle necessità del Paese, al sentire del popolo, indifferenti ai bisogni degli italiani e alla loro democrazia sovrana; riforme insensibili e infami.

Il problema non è il MES in quanto tale, ma ciò che ne implica la sua assunzione. Ulteriori considerazioni andrebbero condotte, altresì, correlando la sua adozione con la politica interna partitica, che si limiterebbe a fare il gioco dell’Europa rischiando di tradire i propri programmi, stando attenta a non uscire dai vincoli riformistici intimati. La pericolosità del Fondo Salva Stati è connessa per di più ad una tremenda ed obbligata ristrutturazione del debito qualora si pervenisse nel mezzo di una crisi. La principale reticenza, deterrente per la frenata, sta nell’abuso di potere del MES, nella minaccia delle CACS (Clausole di Azione Collettiva) e nello
scudo penale e civile di cui all’articolo 35 del medesimo.

Da Bruxelles intanto le tensioni, preannunciate (e sperate!!!) dalla Sinistra italiana, lasciano spazio ad un timido rammarico per la conclusione di Montecitorio. Così, l’Eurogruppo di Donohoe apre alla diplomazia con Roma, mettendo a tacere le voci infanganti dei dem.