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CARLO BARTOLI PRESIDENTE CONSIGLIO NAZIONALE ORDINE DEI GIORNALISTI

L’Italia non è mai stata troppo anglosassone nel giornalismo. Genitura diversa e “ideologica” del giornalismo nostrale. Certo, sembra passata un’era geologica dagli applausi, anch’essi non proprio albionici, nella conferenza stampa dell’uomo che salì sul Britannia e che firmò la famosa lettera del 5 agosto 2011. Quasi non si ricordano più le dirette oceaniche di Conte, allora in aria di essere “punto di riferimento dei progressisti”, con i suoi decreti pendenti.

I conti non tornano, tra edicole che chiudono, copie che crollano (tra settembre e ottobre 2023 Repubblica perde quasi trentamila copie secondo Primaonline.it) e accorpamenti creativi, e allora tutti che si affannano ad alzare i toni e innalzare titoli contro il “governo ladro”, ma non basta. Non è colpa del potere se per compiacere il potente si è abbassata la qualità dell’informazione adottando un’uniforme – e stucchevole – narrazione “politicamente corretta”, con buona pace del “ceto medio riflessivo” che non c’è o della casalinga – pardon! – del casalingo che non fa l’abbonamento online al giornale che dà risalto a una frazione di giovani sfaccendati che imbrattano monumenti. Come sempre c’è un Paese reale che puntualmente non ha voce e una minoranza che arriva a dettare l’agenda.

Non è bastato livellare verso il basso né inseguire i social né sbirciare le dimore di Federico Lucia e consorte munifica. Non è servito a nulla far trasmettere la stessa opinione da opinionisti diversi. Si sarebbe dovuto intuire cosa avrebbe significato il passaggio al digitale. Si sarebbe dovuto capire che il potere, soprattutto dopo il 2020, avrebbe tentato di serrare le fila e porsi non come surrogato di un’opposizione che non c’è perché non esiste nella società ma come voce critica, a garanzia di tutti, anche degli stessi giornali. C’è chi ha avuto anche la brillante idea di disertare l’attesa conferenza stampa del Presidente del Consiglio Meloni. Mi si legge di più se vengo o se non vengo? L’oggetto del contendere sarebbe un presunto “bavaglio” ovvero un freno allo sputtanamento, anche questo molto anglosassone, mediatico.

Meloni si muove al meglio delle possibilità in spazi di autonomia che non sono quelli della Prima Repubblica, spazi residuali dentro una cornice atlantica da cui non si può e forse non conviene nemmeno uscire visto che l’Esercito dipende dall’infrastruttura Nato. Lo fa con uno stile sobrio e misurato, che parte dalla perfetta contezza della situazione del Paese. Quelle trame oscure evocate ieri non sono poi così sfuggenti e oscure: le e-migrazioni, dove il privativo tanto caro al latino restituisce il senso di sradicamento, la scarsità energetica prodotta dalla recisione dei naturali legami con la Russia – esistevano anche al tempo dell’URSS – e, forse, con il mondo arabo e accelerata dai meccanismi distorsivi della borsa di Amsterdam, o ancora lo spread, all’origine del reset del 2011, tutti strumenti che servono per destabilizzare. Meloni lo sa, si muove con equilibri e propone una contro-narrazione. Non potrà salvaguardare un Paese avviato a un lento inverno economico – e demografico – ma sta cercando di rallentare il declino. E comunque riesce nel mentre anche a dare una bella sforbiciata a tutti quei centri di spesa che si mascherano sotto fini culturali e che in realtà sono poltronifici per ex parlamentari PD e pletora connessa.