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Non c’è pace per James Bond così come non c’è ormai limite alla stupidità umana. Se dovessimo commentare la vicenda con una battuta del Bond/Connery definiremmo il tutto “ ridicolo assolutamente ridicolo”, eppure siamo ancora qua a dover tristemente commentare l’ennesima imbecillità in salsa anglosassone  e rigorosamente politicamente correttissima. 

Infatti a Londra una rassegna del British Film Istituite (BFI)  dedicata a John Barry , il compositore che scrisse la celebre colonna sonora / sigla dei film di Bond e autore degli arrangiamenti  di alcune  delle celebri pellicole con protagonista l’agente segreto nato dalla penna e dall’esperienza di Ian Fleming, dove le pellicole  sono state etichettate con un “ bollino”  con tanto di avviso che avverte gli spettatori  della presenza di “ contenuti considerati oggi offensivi”, con la relativa presa di distanza del Bfi dalle pellicole. 

Infatti secondo il  British Film Istituite gli atteggiamenti incriminati sarebbero da ricondurre al comportamento  ritenuto sessista e  razzista in base ai canoni odierni di James Bond,  per questo si è reso necessario il cartello “disclamier”, che dovrebbe impedire che qualcuno si possa ritenere offeso dalle battute sarcastiche e dal machismo dell’agente segreto più famoso al mondo.   Tutte sciocchezze. 

Il primo dei film incriminati e particolarmente pericolosi per la contemporanee anime sensibilissime è  Missione Goldifinger del 1964  – pellicola sublime forse tra i più bei Bond di sempre – in cui James Bond seduce la celeberrima Pussy Galore, interpretata da Honor Blackman, forzandola ad avere un rapporto sessuale, secondo quanto afferma Catherine Shoard sul The Guardian.  Qui la domanda è di una semplicità disarmante, o la Shoard è affetta da cecità evidente oppure le sue lenti “woke” le hanno impedito di assistere ad un ammiccamento che tra la donna alfa Galore, non a caso fa di nome Pussy – e l’uomo alfa Bond ha avuto inizio sin dal loro primo incontro.  Nel mondo normale succede cosi tra uomo e donna, nel mondo normale, senza dover  assalire il più naturale degli istinti umani con un melassa di amenità prodotte dalla cultura tardo-femminista. Bond non ha forzato nessuno, ha solo fatto il primo passo, e Pussy Galore ha lottato non per opporsi al  Bond uomo, ma al contrario in quanto tra le due polarità , dal forte carattere e dalla forte individualità,  era in corso una lotta titanica per stabilire di chi fosse la supremazia. 

Del resto chi ha letto il libro e sopratutto visto il film, e tanto al The Guardian, quanto al Bfi dovrebbero saperlo, Pussy Galore non è una fanciulla della prateria, più Camilla  che  Saffo,  non certo incline al femminismo lamentoso cui siamo sottoposti ogni giorno, ne tanto meno una donna da ridurre a mera e umiliante “quota rosa”.   Pussy Galore capitola in uno scontro titanico appunto, tra due forti personalità perché è lei ad accettare e desiderare la sua stessa capitolazione, in un gioco che sin  da quel “Rinfoderi pure il suo fascino, sono immune” ha dato il via al sottile duello tra i due personaggi. Del resto l’esordio  di Bond svegliatosi con l’immagine della Galore dinanzi agli occhi ( chi non vorrebbe)  fu chiaramente in linea  con la criptica allusiva e  dirompente narrativa di Fleming : « “Lei chi è? “Mi chiamo Pussy Galore.”  “Forse sto sognando.”» . Chiaro no? 

Comunque è facile scoprire la verità e vi invitiamo a prendere visone di questo capolavoro e di giudicare nella libertà di ciascuno se sussista o meno questa “ sessualità caricaturale” di cui gli armigeri del The Guardian hanno fiondato le acuminate saette “woke”. 

La seconda pellicola è “ Si vive solo due volte”  qui addirittura l’avviso dichiara esplicitamente la presenza di contenuti e stereotipi razziali superati. Nella pellicola infatti Bond tenta di farsi passare per giapponese in una scena. Per il resto il film semmai è un omaggio al Giappone e alle sue tradizioni, ma di questo gli avvisi non parlano. 

La cosa che desta maggiore sconcerto è l’esito di un sondaggio secondo cui due terzi degli adolescenti intervistati risulta essere d’accordo con gli avvisi, in quanto la visione di alcune scene provoca ansia, stress e depressione tra le preoccupazioni maggiori per codesti giovinetti. 

Altri sentimenti tali visioni provocava nelle generazioni precedenti ma del resto questa è la realtà odierna, questi gli “ ansiosi” giovani cui farebbe bene un sana dose di adrenalina bondina per svegliarsi dal loro pachidermico stile in colore di concepire la vita.  Di certo iniziative come questa mi aiutano, ma alimentano loro i veri stereotipi.  Secondo quanto afferma il portavoce del BFI “ noi abbiamo la responsabilità di come presentiamo i  film al nostro pubblico “, non ci resta che rispondere che i film come ogni opera d’arte si presenta da sola, e che i lettori, gli spettatori e gli osservatori non sono una massa informe di cretini, ma persone senzienti in grado di discerne cosa è giusto da cosa non lo è, e senza la presenza di autorità morali che stabiliscano cosa è offensivo e cosa non lo è.  

Di certo  nei film di James Bond di offensivo non vi è nulla, e tantomeno vi è una stereotipata violazione dell’immagine della donna, al contrario nell’opera di Fleming la donna diviene figura eterea, immagine idilliaca della perfezione, oggetto del desiderio e talvolta vittima delle circostanze, ma mai e poi mai figura debole. Le Bond girls spesso ispirate a figure del passato di Fleming ( ex agente dei servizi durante la seconda guerra mondiale) sono donne forti, forgiate e temprate dalla vita e poco inclini a farsi sottomettere. Qui poi, subentra quella sfera sentimentale e quel fascino del personaggio di Bond che riesce a scalfire la corazza bene rinforzata di queste donne alfa.