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ENRICO COSTA - POLITICO

Molto rumore per nulla: si alzano le barricate e si urla alla “legge bavaglio”, ma il diritto di
informare, sancito dall’articolo 21 della nostra Costituzione, rimane inviolato. Questa volta, a finire nel calderone delle polemiche pretestuose, è stato l’emendamento firmato dal parlamentare di Azione Enrico Costa che interviene sull’articolo 114 del Codice di procedura penale prevedendo il divieto di pubblicazione delle ordinanze che contengono misure cautelari fino alla chiusura delle indagini preliminari.

La Camera lo approva e subito parte l’allarmismo per la libertà di stampa, con tanto di
diserzione della conferenza stampa di fine anno da parte del sindacato dei giornalisti, la Fnsi
(Federaziona nazionale stampa italiana). Un inutile scivolone visto che i cronisti, per lasciare
i banchi vuoti in segno di protesta, rinunciano a una preziosa occasione di confronto con la
premier Giorgia Meloni. La risposta alle provocazioni del Presidente dell’Ordine dei
giornalisti, Carlo Bartoli, è semplice: l’iniziativa parlamentare mira a trovare il punto di
equilibrio tra il diritto all’informazione e un altro diritto fondamentale, la presunzione di
innocenza.

Del resto, la storia insegna che spesso i provvedimenti di custodia cautelare si traducono in
altrettanti processi massmediatici e facili strumentalizzazioni. Ora, volendo esaminare i fatti senza faziosità, di attacchi liberticidi non se ne vedono proprio e ad essere evitata è solo la gogna mediatica.

Se poi, a subirne le conseguenze, non sono solo i soggetti indagati, ma anche tutte le
persone collateralmente coinvolte, si capisce la necessità di trovare un equilibrio tra le due
istanze perché, come spiega chiaramente il viceministro della Giustizia Francesco Paolo
Sisto: “il processo non serve ad accusare, ma ad accertare la verità”. E per tutto quello che avviene prima della sentenza definitiva vige, ai sensi dell’articolo 27 della Carta costituzionale, la presunzione di non colpevolezza.

Quindi, a meno di non confondere la libertà di informazione con la pubblicazione pedissequa
di intercettazioni telefoniche e provvedimenti giudiziari da parte di giornalisti pronti a
trasformarsi in megafoni delle procure, sarebbe meglio prestare più attenzione alla deontologia piuttosto che al vittimismo.