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“Suscitano rilevanti perplessità di ordine costituzionale le disposizioni che intervengono sulle
concessioni in essere e ne dispongono proroghe a vario titolo”. Così il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in una lettera inviata a Palazzo Chigi e ai presidenti delle Camere, ha commentato la legge annuale sulla concorrenza (dallo stesso comunque promulgata, trattandosi di un traguardo del Pnrr da raggiungere entro il quarto trimestre del 2023) con la quale il governo ha deciso di introdurre – continua il Capo dello Stato – “l’ennesima proroga automatica delle concessioni in essere, per un periodo estremamente lungo, in modo che appare incompatibile con i principi più volte ribaditi dalla Corte di Giustizia, dalla Corte costituzionale, dalla giurisprudenza amministrativa e dall’Agcm in materia di apertura al mercato dei servizi”, principi ricavati dal diritto europeo e quindi automaticamente inseriti nel dettato costituzionale.

Sì, stiamo parlando proprio dell’annosa questione delle concessioni pubbliche, segnatamente quelle degli ambulanti (ma di riflesso anche quelle che coinvolgono stabilimenti balneari e taxi). Tanto è bastato a riaprire in Italia quel fumoso dibattito sulla direttiva c.d. Bolkestein del 2006 che è sempre stato connotato da una povertà di argomentazioni rintracciabile in pochi altri temi di discussione politica; un dibattito che purtroppo svela la natura di una democrazia in crisi.

Le motivazioni addotte dal presidente Mattarella nella sua missiva richiamano già il difetto originario del problema: quella conformità agli obblighi comunitari che la nostra stessa Costituzione ci impone all’articolo 117, riformato nel 2001 sotto la spinta di una scelta che mescolava all’adesione ideologica del legislatore la pragmatica esigenza di ricalibrare anche sul piano formale un assetto di poteri già nei fatti stravolto dalla stagione di Maastricht, Amsterdam e Nizza. Le “cessioni di sovranità” continuamente effettuate a favore di Bruxelles – a volte sostanzialmente necessarie, altre volte eccessive o illogiche – hanno chiaramente depauperato il parlamento italiano (non sempre in condizioni di parità con altri parlamenti nazionali di altri Stati membri dell’Unione) del potere di legiferare liberamente e incondizionatamente – come davvero si converrebbe a un parlamento sovrano – su un numero sempre più ampio di materie.

Il “pilota automatico” eurounitario – un pilota che negli anni ha considerevolmente aumentato le sue corse – è una realtà con cui dobbiamo ogni giorno fare i conti. Ed è inutile girarci intorno: la spinta della Comunità e poi dell’Unione europea è stato l’unico motore riformatore in Italia in tutti questi anni. Nel nostro Paese, inguaribilmente misoneista, non sarebbe mai stata fatta nessuna riforma in senso di apertura al mercato senza l’impulso dell’integrazione europea. Superato il boom economico degli anni Sessanta e inoltratasi nella stagione del Sessantotto e dei suoi postumi, la classe politica italiana ha scelto di non prendere mai decisioni che potessero andare a intaccare gli interessi particolari di questa o quella piccola grande lobby, o che potessero mettere a repentaglio il potenziale di crescita economica della nazione, e ha iniziato a invertire la tendenza solo quando ha capito di poter trovare nell’integrazione europea il perfetto capro espiatorio su cui scaricare l’impopolarità – a volte reale, altre volte solo fomentata – di alcuni provvedimenti. Provvedimenti che spesso ha poi colpevolmente implementato in maniera raffazzonata, sragionata, che altro non hanno fatto che aumentare l’ostilità della popolazione nei confronti non solo dell’Europa, ma in generale di qualunque cosa sappia di nuovo, portandoci ad essere un Paese che trova nel piangersi addosso e nel ripetere a ogni piè sospinto “quando si stava peggio si stava meglio” una ragione di vanto.

E però c’è un ulteriore aspetto da considerare, non meno importante, che riguarda il dibattito
politico che su questi temi negli anni si è sviluppato. Un dibattito che solo in Italia avrebbe potuto assumere i toni deliranti ai quali assistiamo tutti i giorni. La sinistra – che ha iniziato ad adorare l’Unione europea solo una volta elaborato il lutto per la caduta dell’Unione sovietica – si mostra favorevole a riforme che si pongono in netto contrasto con la sua stessa identità (poiché, almeno sulla carta, spingono nella direzione della concorrenza, della competizione, dell’attenzione verso i consumatori) solo perché “ce lo chiede l’Europa”; mentre la destra, vittima di certa sua propaganda e del suo poco coraggio, rifiuta di fare una riforma – almeno sulla carta, di destra – proprio perché “ce lo chiede l’Europa”! L’idolatria ottusa che la sinistra dimostra verso qualsiasi strumento, che in quanto strumento dovrebbe essere valutato per la sua oggettiva utilità anziché diventare un totem o un feticcio (l’integrazione europea, la moneta unica, la scuola pubblica, la sanità pubblica, il Mes, il Pnrr, la direttiva Bolkestein, le minoranze, il salario minimo, i vaccini e centinaia di altri esempi si potrebbero citare) porta certa “destra” (le virgolette sono d’obbligo!) a rispondere sulla base dei medesimi assunti irrazionali, con la demonizzazione di quegli stessi feticci nella speranza di riscuotere consenso.

Il problema della mancanza di concorrenza, però, è ahinoi molto più serio di quello che il
demenziale dibattito politico e mediatico italiano vuole far credere. Un esempio lo può fornire il caos relativo ai taxi. A Natale, un pezzo uscito sul Wall Street Journal metteva sotto i riflettori il desolante spettacolo di lunghe file fuori dalle stazioni e dagli aeroporti milanesi: turisti asiatici, businessmen americani ma pure semplici cittadini costretti ad attese bibliche per potersi spostare a destinazione. È questo il biglietto da visita che vogliamo continuare a presentare al resto del mondo? E non sarà forse anche un sintomo e un simbolo – come ipotizza il quotidiano statunitense – del perenne stato di stagnazione della nostra economia?

Certo questo è solo un esempio, e non si può nemmeno pensare di trattare ogni singolo dossier allo stesso modo. Le interlocuzioni con la Commissione europea sono le benvenute ogniqualvolta sia necessario, costruttivamente, illustrare un punto di vista diverso o richiamare la difesa del proprio interesse nazionale (e ripeto nazionale, non particolare). Come pure sarebbe non solo preferibile, ma auspicabile, che il nostro parlamento (ma dico anche la nostra magistratura) avesse la libertà di discostarsi, quando lo ritenga necessario, dalle imposizioni di Bruxelles, dacché siamo ancora e fino a prova contraria una nazione sovrana. Ma questi buoni propositi di forma (che a giudizio di chi scrive possono spingersi pure oltre, anche a superare un dettato costituzionale che limita la nostra sovranità) non devono portare il nostro Paese, a maggior ragione quando al governo c’è una coalizione di centrodestra, a dimenticare la sostanza: l’efficienza è un valore, la concorrenza è un valore, il mercato che genera opportunità e prosperità è un valore.

Furono le famiglie politiche antenate dell’attuale centrodestra – democristiani, liberali, missini,
repubblicani – a portare l’Italia in Europa, con la ratifica di quei Trattati di Roma che per primi
aprirono la strada alla costruzione del mercato unico (forse uno dei rari, veri successi dell’integrazione europea), contro l’opposizione di socialisti e comunisti. Il modo in cui negli anni successivi lo scenario cambiò radicalmente, con il fronte moderato privo del coraggio necessario ad assumersi la responsabilità di scelte potenzialmente impopolari e la nuova sinistra post-comunista interessata solo a imbellettarsi per rendersi presentabile a Bruxelles, è testimoniato da una vecchia intervista al The Independent di Mario Monti, in cui l’ex premier racconta di una sua chiacchierata, ai tempi dei negoziati di Maastricht, con nientemeno che Margaret Thatcher. La Lady di Ferro – che proprio per la sua ostilità al progetto di continuo accentramento europeo era stata costretta a dimettersi – non si capacitava dell’entusiasmo degli italiani per Maastricht. Dopo che il professore le ebbe spiegato che con quel trattato l’Italia avrebbe fatto quelle cose che avrebbe sempre dovuto fare ma che per mancanza di volontà politica aveva sempre rifiutato di fare (e che poi avrebbe fatto, quasi sempre poco e male), la signora Thatcher gli rispose “Gli inglesi non sono interessati, hanno già avuto me”. Come a dire, forse se ci fossimo impegnati da soli a fare certe riforme, non sarebbe stato necessario svendere la nostra sovranità.

Ma se per risolvere il problema delle forme e riscattare la nostra sovranità ci vorranno forse molti decenni, ad un occhio pragmatico non sfugge invece che sovranità democratica ed efficienza eterodeterminata non sono necessariamente sempre in contraddizione. La direttiva Bolkestein non è affatto un testo sacro: può, anzi deve essere ridiscussa, rimaneggiata, aggiornata (magari, con una attenzione maggiore al tema della cybersecurity e delle influenze di attori statali stranieri; e perché no, magari ragionando di congrui indennizzi a favore di quei gestori che – ad esempio nel caso delle concessioni balneari – hanno fatto degli investimenti), e va concordata e verificata una sua applicazione generalizzata in tutti i servizi analoghi degli altri Stati membri, in modo da non creare distorsioni e penalizzazioni. Ma ciò premesso, chi scrive ritiene che un governo dichiaratamente liberalconservatore non dovrebbe cercare inutili scontri su obiettivi che per la cultura liberalconservatrice sono massimamente condivisibili.

In una prospettiva di buonsenso – ma dico di più: in una prospettiva di destra o di centrodestra – se l’Unione europea può e deve essere criticata quando pretende di imporre a ogni cittadino di spendere cifre astronomiche per rifare il cappotto alle abitazioni o per comprarsi l’auto elettrica, lo stesso discorso non può farsi quando l’oggetto della direttiva da applicare è quello di aprire davvero il mercato alla concorrenza al fine di offrire migliori servizi ai consumatori. Le riforme, se sono giuste, non si fanno “perché ce le chiede l’Europa”: si fanno “nonostante ce le chieda l’Europa”, o addirittura “a prescindere dall’Europa”, etsi Europa non daretur. In un quadro politico così complicato, che non ci piace ma in cui ci tocca vivere e agire, aspetterei una questione più seria per giocare la difficile carta del sovranismo.