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ACCA LARENTIA COMMEMORAZIONE MSI STRAGE SALUTO ROMANO PRESENTE

Nei giorni scorsi, come è noto, vi è stato un acceso dibattito in relazione con quanto accaduto nella consueta manifestazione serale in ricordo dei giovani militanti missini uccisi ad Acca Larenzia il 7 gennaio 1978.

In questa sede, non affronteremo gli aspetti politici e culturali del dibattito, ma ci limiteremo ad affrontare soltanto i profili relativi alla questione della rilevanza penale del saluto romano in manifestazioni pubbliche.

Tale questione era già all’attenzione della dottrina e della giurisprudenza penale, tant’è che il prossimo 18 gennaio le Sezioni Unite penali della Corte di Cassazione sono chiamate a pronunciarsi proprio su ciò.

Il caso di specie riguarda il processo per la manifestazione del 29 aprile 2016 a Milano per commemorare la morte di Sergio Ramelli, Enrico Pedenovi e Carlo Borsani. Alla manifestazione commemorativa parteciparono oltre mille persone. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, gli imputati risposero alla chiamata eseguendo il saluto romano.

Nel 2022 la quarta sezione della Corte d’Appello di Milano condannò otto militanti di estrema destra che fecero il saluto romano a 2 mesi di carcere e 200 euro di multa sulla base della c.d. legge Mancino, ribaltando l’assoluzione di primo grado del 2020. I giudici si basarono sulla violazione dell’articolo 2 della citata legge, spiegando che gli imputati avevano «compiuto manifestazioni esteriori proprie e usuali di organizzazioni e movimenti tra cui anche il Partito Nazionale Fascista». I legali degli otto condannati ovviamente hanno fatto ricorso in Cassazione. La prima sezione penale della Corte di Cassazione ha rimesso la questione alle Sezioni Unite lo scorso 6 settembre, chiedendo di risolvere un contrasto di orientamento giurisprudenziale circa la rilevanza penale del saluto romano, dovendo sostanzialmente stabilire «se la condotta tenuta nel corso di una pubblica manifestazione consistente nel cosiddetto “saluto fascista”, evocativo della gestualità propria del disciolto partito fascista, sia sussumibile nella fattispecie incriminatrice di cui all’art. 2 del decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, nella legge 25 giugno 1993, n. 205», cioè la legge Mancino, in materia di discriminazione razziale, etnica e religiosa, «ovvero in quella prevista dall’art. 5 della legge 20 giugno 1952, n. 645», la cosiddetta legge Scelba, che attua la XII disposizione transitoria e finale della Costituzione.

In definitiva, il contrasto giurisprudenziale riguarda la corretta riconducibilità normativa della condotta del saluto romano in una pubblica manifestazione, sussistendo due distinti orientamenti.

Un primo orientamento ritiene applicabile la c.d. Legge Scelba, considerando dunque il delitto come reato di pericolo concreto che non sanziona dunque le manifestazioni del pensiero e dell’ideologia fascista in sé, attese le libertà di cui all’art. 21 Cost., ma soltanto quelle manifestazioni che determinino in concreto il pericolo di ricostituzione di organizzazioni fasciste.

Un secondo orientamento ritiene invece che il saluto romano sia una manifestazione esteriore propria o usuale di organizzazioni o gruppo indicati nella legge Mancino e inequivocabilmente diretti a favorire la diffusione di idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico.

Le Sezioni Unite dovranno anche chiarire il rapporto tra le due norme penali summenzionate. Il cuore della questione, però, è quello sopra prospettato e cioè se deve prevalere una concezione che consideri reato la condotta del saluto romano in manifestazioni pubbliche solo se in grado di determinare un pericolo concreto di ricostituzione di organizzazioni fasciste, ovvero che la condotta sia sempre penalmente rilevante in quanto di per sé espressione di sentimenti di odio e discriminazione.

In questa sede non ha senso sbilanciarsi in un giudizio prognostico sull’esito della decisione che potrebbe anche essere condizionato dal clamore mediatico di queste giornate. Ci limitiamo ad osservare una singolarità. Infatti, è curioso che la normativa più remota nel tempo, la legge Scelba, e dunque più prossima temporalmente all’esperienza del regime fascista abbia connotati di maggiore tutela della libertà di manifestazione del pensiero rispetto alla normativa più recente.

E appare piuttosto surreale che il consolidamento progressivo della coscienza democratica del Paese sia accompagnato da un irrigidimento repressivo della libertà di manifestazione del pensiero.

L’auspicio personale è che si affermi una tesi costituzionalmente orientata dalla rilevanza penale del saluto romano in manifestazioni pubbliche che eviti di sanzionare penalmente condotte meramente commemorative, ancorché di dubbio gusto e politicamente esecrabili.

D’altronde, la lezione degli anni di piombo è che la democrazia italiana sia più forte della violenza politica e delle ideologie violente, poiché ormai i valori e i principi della Costituzione repubblicana sono stati introiettati nelle coscienze della stragrande maggioranza dei cittadini e delle cittadine e della società italiana.