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Difficile poter disquisire di etica, di buon senso, di empatia, quando fai l’avvoltoio di professione. Prima ancora di indignarsi per un attacco deplorevole e vergognoso, come quello nei confronti di un Matteo Mariotti qualsiasi – che già non è poco – occorrerebbe prendere le distanze da una persona che specula sulla morte. Anche in questo caso il pensiero va a Selvaggia Lucarelli.

La sua inarrestabile crudeltà catilinica nello sciacallaggio sui drammi altrui non può confondersi con la cosiddetta “inchiesta giornalistica” fatta – come spesso ella stessa rivendica – di indagini e domande. C’è un confine di pudore che non dovrebbe mai essere superato. Questo condizionale, tuttavia, è ignorato dalla blogger in questione non per deficit intellettivo quanto, al contrario, per maestria mediatica sulla quale fa ben leva. È proprio la “scorrettezza” la carta vincente a volte. In questi termini, ai posteri l’ardua sentenza. Ora, però, veniamo ai fatti.

“La notizia del giorno è quella di una pizzeria che riceve una recensione omofoba e abilista su Google. La titolare risponde con forza, pubblica lo screenshot sui propri social, riceve centinaia di commenti positivi e recensioni a 5 stelle di incoraggiamento. – Mi hanno messo a sedere di fianco a dei gay, e c’era pure un ragazzo in carrozzina, mi sono sentito a disagio – E la titolare ha risposto – La invito a non tornare da noi -. La storia finisce su tutti i giornali. Eppure. […]”. Questo è quanto si legge dal post dello chef Lorenzo Biagiarelli, pubblicato sul proprio profilo Instagram venerdì 12 gennaio. Per chi non lo conoscesse e si stesse chiedendo chi sia… assurdo quanto beffardo, è il compagno della Lucarelli. Come dire? Chi si somiglia si piglia.

In sintesi: una ristoratrice, la signora Giovanna Pedretti, viene accusata di aver utilizzato come tecnica per attrarre nuovi clienti quella di fare un’autovalutazione nei confronti del proprio locale – pubblicata tramite un profilo terzo – inserendo all’interno della recensione un commento omofobo e insensabile così che il suo commento di risposta alla recensione ne avrebbe prodotto una diffusa vicinanza. Effettivamente sorgono alcuni dubbi sul fatto che sia un botta e risposta reale. Possibile anche che sia una vera e propria strategia di marketing pensata a tavolino, ma molto triste sicuramente. Successivamente, quando il giornalista di tg3, Jari Pilati, si reca al ristorante della Pedretti, gli bastano poche domande ed una breve ripresa per mettere in notevole disagio e difficoltà la ristoratrice. Due giorni dopo viene ritrovato il suo cadavere nelle acque del Lambro nei pressi della sua abitazione. Si ipotizza il suicidio conseguente il clamore mediatico che la signora avrebbe temuto. Le indagini sono in corso.

Bisogna specificare, per onestà intellettuale, che l’eventuale operazione di marketing attuata in questo caso, per quanto immorale, non rientrerebbe giurisprudenzialmente in reati paragonabili ad una truffa o frode. Più che indurre o veicolare coattivamente un pubblico clientelare con inganno verso la propria attività ristorativa ovvero rientrare in una concorrenza sleale, qui si tratterebbe appunto di un marketing a carattere “pubblicitario” mediante l’informazione indiretta di un ‘punto di forza’ del locale. Lo scopo è duplice: il primo sta nel messaggio subliminale che paleserebbe una importante informazione per il pubblico, ossia “l’accettazione” sociale che condanna quindi ogni forma di razzismo; il secondo fine,
probabilmente, è “l’attenzione” collettiva che si intendeva raggiungere per ampliare la propria clientela.

Purtroppo non tutti hanno le capacità di operare e destreggiarsi in un mercato social dove la valuta è proprio l’attenzione, la popolarità, l’engagement. Lo spasmodico desiderio di maggiore visibilità può talvolta sfuggire di mano e trasformarsi presto in una vera onda d’urto mediatica, tale da travolgerti fino ad ucciderti. Ad ogni modo, qui c’è un sottile confine, che però va distinto: tra un’immoralità del marketing ed una fattispecie di reato neanche lontanamente ipotizzabile. Indi per cui – ci si chiede – l’affronto di Biagiarelli, verso una comune signora che stava goffamente tentando di incrementare gli incassi, era proprio necessario? Chiunque si occupi di marketing o management, volendo, potrebbe svelare tecniche di vendita o pubblicità ben più immorali e ai limiti di legge che rendono introiti veramente considerevoli rispetto a quelli di cui, forse, avrebbe goduto la Pedretti. Questa sarebbe stata la grande scoperta di Biagiarelli? Scoprire nonché screditare pubblicamente una comune ristoratrice poco avvezza alla strategia? Quanti altri imprenditori o ristoratori continuano, oggi, a coadiuvarsi con carismatiche tecniche di mercato?

Sembra più un volersela prendere con i più deboli secondo la legge del più forte. Come se non bastasse – anche le pulci hanno la tosse – non poteva astenersi dall’esercizio del suo maturo intelligentissimo giudizio la consorte Lucarelli. Qualcuno, dopo il caso Balocco-Ferragni di cui lei ne vanta la scena, ha osato definirla uno “Zorro dei consumatori, dell’informazione e del giornalismo”. Più che Zorro verrebbe in mente Jack in Shining – “tesoro, non ti farò niente, ti faccio solo a pezzi” – una metafora che rende l’idea di uno scontro con la Lucarelli.

Ironia a parte, Selvaggia non si è sottratta a manifestare il proprio scetticismo sulla veridicità della storia, definendo il tutto come un “marketing dei sentimenti”. In un Paese democratico è lecito esprimere la propria opinione; tuttavia se ti qualifichi come “giornalista” o hai un enorme seguito mediatico, prima di giustificarti appellandoti al principio democratico dovresti porti qualche domanda ricordando il buon senso e agendo con correttezza per una contro-difesa simmetrica. “Se ogni persona che tenta di ristabilire la verità in una storia, grande o piccola che sia, dovesse tenere questo epilogo, a quel punto dovremmo chiudere tutto, giornali e social” lamenta lo chef, sostenuto dalla condivisione egotista lucarellesca.

A questa “matura” riflessione ci sentiamo di rispondere come giornale: i sospetti dei comuni cittadini, le loro opinioni, le idee, le loro immani successive sentenze e conclusive condanne, sono sempre veicolati da una gogna mediatica verso quelli che vengono ritenuti i principali “responsabili” o “interessati” di una certa questione posta in essere. Questo accade anche quando non sono ancora state ufficializzate accuse sul loro conto. Così facendo aumenta il sentiment collettivo che punisce prima ancora che il caso arrivi, laddove fosse, in tribunale. La totale assenza del garantismo sociale, non solo lede il principio di presunzione di innocenza, ma porta, altresì, le vittime di una detta gogna mediatica ad essere macchiate ingiustamente di una colpa eterna e, in molti casi, al compimento di gesti estremi liberatori.

Esistono tre verità che non sempre convergono e troppo spesso contrastano: quella fattuale, quella processuale e quella giornalistica. Quest’ultima ha una responsabilità che pesa al pari di quella processuale. La potenza della comunicazione, soprattutto se sbagliata o esagerata, può rovinare l’intera vita di una persona. Come diceva Hegel “le parole sono spade, possono uccidere”. È bello scrivere. Imparate a farlo.