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Ursula von der Leyen, President of the European Commission

Ogni qual volta ci troviamo ad affrontare crisi internazionali, prove di forza, emergenze umanitarie e ogni qualsivoglia forma di inghippo politico, una parte del mondo politico, sopratutto italiano, invoca l’Europa sottolineando le sue mancanze. Si tratta di uno sport ciclico, e tipicamente nostrano.

In fondo Montanelli aveva ragione: noi a differenza di altri, come i francesi e tedeschi che in Europa ci sono entrati appunto da francesi e tedeschi, abbiamo scelto l’ingresso da europei. Quindi mentre gli altri, i francesi e i tedeschi, guardano all’Europa in base alle loro esigenze e strategie, noi troppo spesso l’abbiamo invocata come ancora di salvezza, pur sapendo che questa ancora non esiste. Per poi iniziare un dibattito polemico inutile su come dovrebbe essere l’Europa, pur sapendo che non lo sarà mai.

Si tratta di un’ipocrisia ormai convenzionale che parte proprio dai partiti più europeisti a parole, quelli di sinistra e centro (PSE – ALDE) per poi raggiungere le vette massime con la versione macronaina e dunque bonapartista del concetto d’Europa. Quasi fosse l’estensione della Francia metropolitana, sopratutto da quando Frau Merkel si è ritirata a vita privata e il Quarto Reich è solo uno sbiadito rincordo di un tempo passato. Questi partiti sono poi gli stessi che con rapidità felina si affrettano a scagliare contro i partiti conservatori, e quindi per natura poco inclini alla fiaba europeista in salsa federale, colpe e responsabilità dell’irrealizzabilità di un utopia che più che sogno lascia cogliere i paradigmi dell’incubo.

Prendiamo, ad esempio, l’idea degli Stati Uniti d’Europa, mutuata ovviamente dagli “States”, giusto per non spremere le meningi e creare qualcosa di originale, che di per sé è già irrealizzabile nelle premesse. Gli Stati europei affondano radici così profonde che una puerile conoscenza della storia dovrebbe suscitare ilarità diffuse al solo udire un simile abominio degno di un TSO con la massima urgenza. Non abbiamo una lingua comune e non può esistere uno Stato federale senza una lingua, né si può imporre a 27 paesi di sostituire la loro lingua con una lingua che non è la loro… parlassimo ancora in latino saremmo a metà dell’opera. Non abbiamo un’identità comune, anche perché l’unica cosa che ci accomuna è il Cristianesimo e alla sinistra questa cosa fa drizzare le antenne (Moscovici). Se parliamo di cultura europea allora di diritto possiamo considerare anche la Russia e non credo che le attuali vicissitudini geopolitiche lo rendano fattibile.

Ma cosa ancora più importante: non abbiamo gli stessi interessi e gli stessi obbiettivi e spesso l’interesse politico economico di un paese europeo collide con quello di un altro (ogni riferimento ad Italia e Francia non è puramente casuale). Pensate alla nostra nuova posizione in Africa rappresentata dal “Piano Mattei” e i nostri vari interessi nella regione. Poi ascoltiamo Macron per bocca della sua creatura Attal, il nuovo premier, parlare della “grandeur”, la grande Francia, e per chi ha orecchiato un pò di storia dei cugini d’Oltralpe sa bene come si declina il concetto in chiave politica.

Ma non dimentichiamoci dei tedeschi. Gli amabili conciliatori del romanticismo di Novalis con le maglie ferrigne di Carl von Clausewitz, che hanno costruito la loro potenza sui cadaveri degli altri paesi europei, come la Grecia. Sempre pronti con la bacchettina a fare la ramanzina, per le proprie paturnie storiche, che adesso, dopo aver ottenuto la possibilità del riarmo (non vedevano l’ora), si preparano a ritornare in auge nel cuore dell’Europa anche come potenza militare – il lupo perde il pelo ma non il vizio – sopratutto se l’Europa dovrà fare da se. Che tradotto vuol dire ognuno per sé.

In politica estera negli anni si è chiesto più volte un ruolo dell’Europa, anche per legittimare l’Alto Rappresentante della politica estera che oltre ad essere la più inutile di tutte le cariche e anche impossibilitata de iure ad agire. Questo perché “Deo gratias” la politica estera è materia degli Stati nazionali, e de facto perché gli Stati europei non condividono le medesime posizioni. Un caso di scuola ne è la Libia dove l’Italia sostenne sin da subito il governo di Tripoli, mentre la Francia quello del Generale Haftar. Non si tratta proprio di glosse per nerd della politica.

Ma veniamo alle impellenti urgenze ambientali, dove si consuma il delirio eurofolle, guidato dagli euro-imbecilli degli ambientalisti fanatici che impongono le loro ricette provocando danni irreparabili agli Stati membri, i quali dovrebbero adeguarsi e morire per la gloria. No grazie. Anche qui si scontrano due visioni: quelle dei paesi nordici e quelle del paesi del sud, due culture estremamente differenti, e ci dispiace per gli europeisti, non é l’Erasmus la soluzione ai nostri problemi.

Inoltre per contare, per incidere nella storia devi perseguire una visione e un disegno, ma l’Europa non può farlo perché ogni Stato ha una sua visione spesso in linea con le proprie dinamiche storiche, la posizione geografica e l’inclinazione antropologica, altro elemento che collide poco con il burocratese.

Ecco perché parlare di Stati Uniti d’Europa, di più Europa, significa affermare delle amenità tanto politiche, quanto storiche. Tutti gli orpellli sul funzionamento dell’Unione sono disquisizioni fondate sul nulla. La verità amara è che tutto ciò che l’Europa poteva essere era stato concretamente realizzato con la CEE. Voler andare oltre è stato il fatal errore che ci ha portati ad edificare una sovrastruttura partita prima sul piano economico (euro) che su quello politico, senza perseguire l’unica vera utilità ad oggi, quella di ampliare la CEE sul piano militare sul modello della collaborazione difensiva, ma non saremo noi a seguitare sulle onde dell’utopia.

Per capire quanto realmente illusoria sia questa illusione europeista basti analizzare il dibattito politico in ogni Stato membro, dove le elezioni europee altro non sano che una prova di forza interna.