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Chiunque abbia viaggiato in Giappone, nel connubio tra antico e moderno che catalizza la complessità e la bellezza di Tokyo, riconoscerà immediatamente in “Perfect Days” alcuni degli scorci e degli snodi più noti della capitale nipponica: dalla frenetica metropolitana di Shibuya, a pochi passi da uno degli incroci più noti al mondo e dalla statua del fedele cane Hachiko finanche alla galassia di templi e siti religiosi in cui l’abbraccio fra il silenzio e la sacralità della natura formano un binomio indissolubile.

Sullo sfondo del pittoresco dinamismo che caratterizza la Capitale dell’antico Impero del Sol Levante si svolgono le ordinarie avventure quotidiane di Hirayama (uno straordinario Kōji Yakusho), un semplice addetto alla pulizia dei bagni pubblici di Tokyo. Un personaggio in cui la sapiente regia di Wim Wenders proietta la “straordinaria ordinarietà” di ogni singolo potenziale spettatore. Taciturno e devoto al proprio lavoro Hirayama si desta ogni mattina seguendo un ritualismo quasi esasperato, una devozione ed uno spirito di disciplina quasi militare, ben descritti con spirito antitetico in un altro capolavoro che racconta il Giappone e la sua intimità: l’Ultimo Samurai.

Hirayama sistema il futon, annaffia le piante e coltiva bonsai, si lava i denti e indossa la propria uniforme, non prima di aver acquistato una bevanda energetica da una delle numerose vending machine di cui è disseminato ogni angolo delle strade delle principali città giapponesi. La routine del protagonista è la medesima anche fuori dalle mura domestiche e si alimenta di musica e videocassette rock “old school” (in antitesi alla svolta generazionale di Spotify), sessioni di pulizie, sporadiche occhiatacce lanciate al giovane ed impacciato collega Takashi (interpretato da Tokio Emoto) in preda a continui dissidi d’amore, e visite agli onsen pubblici prima di cenare con del ramen tra i locali della stazione o in un piccolo ristorante gestito dalla splendida “Mama” (Sayuri Ishikawa).

Al ritorno a casa, alla flebile luce di una piccola lampada il protagonista si catapulta in mondi inesplorati attraverso la lettura, uno dei momenti di maggior intimità personale nella tradizione nipponica, al punto che molte librerie preparano appositi involucri per coprire le copertine dei lettori negli affollati vagoni dei treni e delle metropolitane, unica eccezione individuale nello spirito collettivista della società giapponese e nel profondo ed ermetico mare di emozioni che la animano. Proprio il sottile equilibrio di un’esistenza apparentemente abulica verrà sconvolto da alcuni eventi che riavvicineranno il protagonista ad un processo di maturazione spirituale e personale capace di mutarne radicalmente la percezione del presente.

Dall’avvento inaspettato della nipote Niko, come in un paradigmatico confronto generazionale al rapporto fra un grottesco senzatetto e la natura che ci circonda; dai silenzi e gli sguardi di intesa con “Mama” all’acquisto in libreria di alcuni capolavori di letteratura passata e presente, tra tradizione Europea e Sol Levante. Saranno proprio questi i tasselli di un mosaico esistenziale in continuo divenire, che si ramifica seguendo le profonde trasformazioni nella vita del protagonista. Negli anni ’80 il regista Wim Wenders, tra i padri nobili del Nuovo cinema tedesco, aveva lasciato l’America denunciandone la crisi, la massificazione ed il tramonto dell’inventiva e delle arti del colosso hollywoodiano, un’ispirazione perduta che rinasce nei suoi ultimi lavori attraverso gli echi della cultura nipponica.

“Perfect Days” nasce come cortometraggio, sbancando oggi al box office e trovando posto tra i grandi trionfi di Cannes 2023 e nella short List per i prossimi Premi Oscar nella categoria “Miglior film internazionale”. Il canto del cigno della lunghissima carriera di Wenders appare come un emblematico testamento culturale e meta-cinematografico, animato da una cura nei dettagli manicale ed elegante. Il racconto di Hirayama è un viaggio catartico nella bellezza di ciò che da un senso alla vita, pur venendo erroneamente o banalmente sottovalutato: gli affetti di chi si ama, la gentilezza verso il prossimo, il culto della perfezione e la devozione verso ciò che si fa, il potere dirompente delle arti, delle polverose pagine di un libro, la vita che si riflette nell’abbraccio fra uomo e natura, base interpretativa di quel “Komorebi” che svetta nelle visioni del protagonista, ricordandoci che “Un’altra volta è un’altra volta mentre Adesso è Adesso”.

Con il termine “Komorebi” si intende infatti una sublimazione sensoriale della bellezza di un singolo istante, metafora di una luce che attraversa le foglie degli alberi la cui essenza, come per i fiori di mishimiana memoria, è quella di essere destinati a cadere. È uno dei tanti virtuosismi della complessa quanto saggia lingua giapponese, capace di esprimere sfumature di pensiero e stati d’animo allegorici con l’utilizzo di pochissimi Kanji, spesso intraducibili.

Al termine di “Perfect Days”, un gioiello cinematografico di ieratica contemplazione sulla vita e le sue innumerevoli sfumature chiaroscurali, lo spettatore verrà pervaso da emozioni contrastanti. Proprio come Hirayama tornerà arricchito alla propria routine esistenziale, ma cambiato e con una consapevolezza comune e ben sintetizzata da William Faulkner, uno degli autori letti dal protagonista in una notte di pioggia. L’autore americano, come un monito ai suoi lettori nel capolavoro “Sartoris”, scrisse in relazione ai cambiamenti: “Sognate e mirate sempre più in alto di quello che ritenete alla vostra portata. Non cercate solo di superare i vostri contemporanei o i vostri predecessori. Cercate, piuttosto, di superare voi stessi”.

Come il taciturno Hirayama, che fa ritorno a casa ascoltando le sue videocassette e congedando lo spettatore con un sorriso connubio fra giubilo e malinconia, e nuove strade ancora da percorrere.