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La ricchezza non si redistribuisce, la ricchezza si crea. Questa è la differenza tra una società in crescita e una in decadenza. Eppure il concetto di redistribuzione è continuamente rimabalzato di qua e di là in ogni occasione pubblica, passato sotto traccia come legittimo anche nei dibattiti televisivi da opporre a chi si scaglia – legittimamente – contro una eventuale patrimoniale che rappresenta sì una palese ingiustizia sociale, in quanto privare forzosamente qualcuno del proprio danaro e quindi del frutto del proprio lavoro, obbligandolo a cederne una parte, è una una forma sofisticata di rapina. Così santificare il concetto di redistribuzione significa avallare il concetto di furto, per dirla con il Robin Hood di Walter Scott: “Rubo ai ricchi per dare ai poveri”.

Ma chi sono i ricchi e soprattutto chi sono i poveri? Domanda che potrà sembrare banale, ma non lo è, perché appiccicare su qualcuno l’etichetta significa stabilire un criterio applicabile a tutti, creando così due classi sociali. I ricchi dovrebbero essere tutti coloro che superano una certa soglia reddituale annualmente, decurtando però si spera quanto versato all’erario, tra imposte varie e spese vive sostenute per svolgere l’attività professionale frutto della presunta ricchezza. Ricchezza che deve essere calcolata basandosi sulle risorse liquide presenti sui conti correnti, cioè nella disponibilità immediata del soggetto ritenuto appunto ricco, tenendo fuori dal calcolo la ricchezza investita che per l’appunto non è disponibile.

Inoltre bisogna tener presente che chi è appunto obbligato a sostenere una “redistribuzione” sarà costretto a togliere una parte della ricchezza liquida che avrebbe probabilmente utilizzato e riversato nel sistema economico. Risultato calo degli acquisti. Soprattutto se la percezione sarà quella di una persecuzione della “ricchezza” intesa in senso non solo aleatorio. Perché alla fine pagheranno i soliti noti, costretti continuamente a subire le angherie di uno Stato e spesso di una teoria bacata secondo la quale se più hai, più devi pagare. Una visione tardo-proudhoniana della società che mira a colpevolizzare la ricchezza, celando il concetto di invidia sociale dietro apparenti ragionevoli – per loro – motivi di giustizia sociale.

Se invece si spiegasse che la ricchezza è frutto del lavoro e della capacità del singolo e che deve essere da sprono per tutti come esempio, forse edificheremo un paese che come orizzonte non ha il”welfare state” ma il lavoro come fonte unica di ricchezza unita alla capacità di mettersi in gioco e di rischiare. Al contrario, alimentiamo la visione dello Stato come soluzione ad ogni problema, avallando più che altro politiche stataliste superate della storia e insostenibili sul piano finanziario. La Finanza pubblica è materia sottile.

Perché in fondo la nostra idea è che lo Stato “deve “ darci qualcosa, è una questione di giustizia. Tanto che infatti la volontà dell’attuale esecutivo di eliminare la più criminale forma di parassitismo sociale, cioè il reddito di cittadinanza, è stata additata dai promotori dello stesso e beneficiari come una forma d’ingiustizia. Pensate: se tutte le risorse sprecate in RdC e Bonus 110% fossero state immesse nel sistema economico per favorire l’occupazione lasciando alle imprese la selezione della manodopera. Così semplice eppure così lontano dalla nostra visione dello Stato. Ci siamo inventati i navigator, e varie amenità per costruire sulle rovine della prebenda politica altre prebende. Oggi siamo alla vigilia di un nuovo capitolo della storia mondiale, e quello che è accaduto fino ad ora ne è stato solamente il prologo. Ed è chiaro che come la già enorme quantità di sovvenzioni statali non potrà essere mantenuta a lungo, così è chiaro che la richiesta di ulteriori sacrifici da chi dovrebbe essere detassato per poter creare lavoro appare quantomai immaginifica, oltre che stupida.