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Com’è travolgente il messaggio dell’ultimo libro di Luigi Maria Epicoco. Teologo dalla penna buona, ma anche oratore di notevole qualità, nel suo “Per custodire il fuoco. Vademecum dopo l’apocalisse” (Einaudi, 2023), ha spalancato le porte della fede al lettore partendo dalle prospettive più remote.

Già quel rovesciamento dell’immaginario che si compie all’inizio, con la premessa volta a stabilire una volta per tutte che il fuoco «è espressione alta della vita, non della morte», è un dato rivoluzionario, tanto quanto il grido, disperato ma lucido, per un mondo che da due secoli a questa parte sembra voler «svuotare il cielo della presenza di Dio», per fare poi esperienza generale di «precarietà», «instabilità» e «incompletezza».

Parte da qui una limpida disamina del nostro tempo. Il libro infatti, ponendosi come una specie di riflessione generale che si alterna e si intreccia con il commento a “La strada”, capolavoro di Cormac McCarthy, offre un ventaglio di riflessioni che spiegano bene l’epoca che ci troviamo a vivere. Il quadro desolante del presente però, lungi dall’essere una mera presa di consapevolezza che porta alla resa, è la molla per un impeto di azione volto a mantenere viva la speranza. Nelle ceneri dell’apocalisse, richiamata fin dal titolo, si può riscoprire la grazia insita nella vita, e risorgere. Se il fuoco è davvero la prima originaria fonte di vita, conservarne le caratteristiche – «bruciare», «illuminare» e infine «riscaldare» – è la missione dell’uomo e in fondo l’unica via di salvezza.

Il lettore superficiale, abituato alla confusione linguistica odierna, può fraintendere alcuni passaggi, e chiedersi perché il giovane professore della Pontificia Università Lateranense denunci la bramosia di beni materiali per poi parlare dei nostri «desideri» più profondi in modo positivo; o scagliarsi contro la «religione dell’individualismo» e poi lodare la nostra unicità per arrivare a dire che «ciò che è unico, per definizione è anche diverso». Non ci sono contraddizioni in queste frasi, ma concetti differenti, dal significato preciso e specifico. È proprio questo, anzi, il punto. Non avere più confidenza con le parole, perdere la padronanza del linguaggio – con tutte le sfumature dell’espressione che solo questo può far venir fuori – ci fa retrocedere a una dimensione in cui soltanto la materia può avere un valore, e ci fa imbarbarire. È il primo passo per spegnere il fuoco, e l’ammonimento di Epicoco è chiaro: «Lì dove non si sanno più chiamare le cose per nome, la violenza prende il sopravvento».

Le pagine più belle, a giudizio di chi scrive, rimangono quelle che mettono sotto una luce diversa le parole «amore», «compassione», «libertà». Niente di corrispondente alle banalità propinate nei consessi liberal-progressisti, ma visione alta e profonda per cui, ad esempio: «Si rimane liberi quando si conserva il dubbio» e «l’amore non è un sentimento, è la misteriosa forza che regge l’universo», facendo infine riecheggiare, parafrasato, un verso di Ezra Pound, «non può mai andare perduto ciò che si è amato».

Molteplici gli spunti di riflessione, eminente la lettura spirituale del romanzo di McCarthy. Alla fine di tutto resta un invito: un autentico invito a farsi avanti nella vita, ad affrontarla consapevoli delle sue mille sfumature, accettando tutto, il bene come il male, e cercando di trarre ogni volta un insegnamento che ci innalzi, anziché farci sprofondare.

Nessuna fuga in dimensioni altre, ma consapevole e faticoso cammino verso la realtà, finalmente spogliata dalle nostre illusioni, e così ritrovata «come si trova un tesoro seppellito in un campo».