Abbonati alla rivista

Nazione Futura Rivista

Abbonati alla rivista

100 anni dalla morte di Lenin. Al successo della Rivoluzione, l’evento cardine del Novecento di sangue, contribuisce una figura per molto tempo relegata nella soffitta della storia. Si rivela piano, pubblicando articoli di pregevole riflessione economica in lingua tedesca. Si firma “Ignatieff” oppure “Unus” o ancora “I.H.”, fino ad approdare al definitivo “Parvus”, adattissimo. Riscuote interesse e apprezzamenti nell’ambiente rivoluzionario.

Nel suo Lenin a Zurigo, Solženicyn dà una descrizione icastica di questo personaggio nascosto ma non minore: “(…) Nella cameretta degli Ul’janov era comparso Parvus, polsini abbaglianti e gemelli imbrillantati (…). L’incomparabile panza, la testa in forma di cupola allungata, la faccia carnosa da bulldog con il pizzetto (…)”. Opimo, eclettico, poco russo e molto occidentale, viveur, Israel Lazarevič Gelfand, ovvero Helpand ovvero “Parvus”, è l’opposto dell’apodittico e quasi ascetico Vladimir Il’ič Ul’janov, meglio noto come “Lenin”, tutto sempre concentrato sulla grande causa rivoluzionaria. “Lenin” non si fiderà mai del tutto di Helphand, pur non disdegnando quei cospicui finanziamenti da lui raccolti nell’asse Germania-Turchia, dove gioca un ruolo determinante, insieme a Emmanuel Carasso, all’avvento dei Giovani Turchi. Certamente gli riconosceva del genio, oltre a quella capacità di praticare l’obiettivo, indispensabile per il successo della causa rivoluzionaria.

Di Helpand non vi è quasi traccia nel pensiero comunista, nonostante il suo indubbio contributo allo sviluppo teorico, oltre ai già citati fondi: la centralità attribuita allo sciopero generale, quale momento politico per bloccare i gangli vitali dello Stato (ne fece le spese Kornilov e il suo putsch bonapartista) e la necessità della “rivoluzione permanente”, idea forgiata dopo il fallimento del 1905 e la feroce repressione zarista.

Pietro Antonio Zveteremich, traduttore esperto di letteratura russa e già sostenitore dell’operazione de Il dottor Živago, pubblicato – non a caso – da Feltrinelli, la casa editrice di quel Giangiacomo Feltrinelli di Gargnano che si divide tra ambienti vicini ai servizi segreti e sinistra extraparlamentare, ricostruisce la vita di questo ne Il grande Parvus. È il 1988 ed è il momento giusto.

Nasce in uno shtetl, un insediamento yiddish, intorno Berezino. I fratelli Coen ricostruiscono un affresco veritiero della vita grama in quelle parti dell’Est Europa prima del cataclisma della guerra nel loro A Serious Man; vi riecheggiano il Giobbe di Joseph Roth, nativo di Brody, e pure i quadri di Chagall. Dopo un passaggio in quel crogiuolo che era – ed è – Odessa, così cosmopolita e capitalista rispetto alla Russia asiatica (sempre la Russia sarà arretrata rispetto ai suoi domini est-europei), è la volta della Svizzera (Basilea) e poi della Germania, soprattutto nella “liberale” Monaco, epicentro di molti cospiratori e rivoluzionari. Proprio in Germania, tra Lipsia e Monaco, pubblicherà l’Iskra, la “scintilla”, punto di riferimento per le idee rivoluzionarie.

Grazie a Helpand e alle sue importanti entrature con il governo del Reich, Lenin riesce a ritornare in Russia sul celebre treno piombato. Nel frattempo, l’esercito della Germania guglielmina espugna Riga (1-3 settembre 1917) con la tecnica dell’infiltrazione e minaccia seriamente Pietroburgo. Il razionamento dei viveri ha messo a dura prova la popolazione mentre l’esercito sa di non poter reggere più- Tutto è pronto. Le Guardie Rosse prendono prima la Banca centrale – da economista Marx si è sempre soffermato sull’importanza del controllo della moneta – poi le centrali elettriche e le reti di comunicazioni, poi le ferrovie, il Palazzo della Tauride, il Palazzo d’Inverno. È fatta.

A proposito di grandi rivoluzionari, già negli anni Trenta, un Lev Trockij in esilio, non di rado in sintonia con lo stesso Helpand (morto nel 1924 a Berlino), dedica ampio spazio allo studio della prima rivoluzione moderna, quella di Cromwell, incardinata nel dualismo tra la moderna Londra, guidata dalla borghesia capitalista e presbiteriana in ascesa, e l’aristocratica e conservatrice Oxford. In effetti, la trafila rivoluzionaria non cambia molto: rifiuto di pagare le tasse da parte della “società civile”, così parca e produttiva rispetto agli apparati spendaccioni, e conseguente crisi delle finanze regie, convocazione degli stati generali e, infine, un atto politico ma anche palingenetico l’uccisione del sovrano, rito collettivo catartico. 

In più, per concludere, le idee socialisteggianti e collettiviste scorrono come un fiume carsico nelle rivoluzioni: al tempo di Cromwell ci sono i levellers di John Lilburne e i diggers di Gerrard Winstanley, nei quali il fervore religioso si mischia alla fame di terra; durante quella francese esistono le frange radicali di Gracco Babeuf e di Filippo Buonarroti, seguirà il Club dei Giacobini. Queste idee cercavano solo un modo per uscire definitivamente allo scoperto. E un finanziatore dalle spalle larghe.