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Il primo bollettino economico del 2024 della Banca d’Italia fornisce dati importanti sul traffico delle navi mercantili lungo la rotta che unisce il Canale di Suez all’Oceano Pacifico. Si sottolinea che il 12% del commercio mondiale transita dal Mar Rosso, mentre per l’Italia questa via marittima rappresenta il 16% delle importazioni di beni in valore. Questa rotta è particolarmente importante per l’importazione di petrolio greggio e raffinato, nonché per i prodotti metalmeccanici, che insieme costituiscono quasi il 30% delle importazioni totali del Paese.

La situazione è cambiata a seguito delle tensioni tra Israele e Hamas. Dalla seconda metà di novembre, a causa delle attività delle milizie Houthi, il volume di traffico nello stretto ha subito una riduzione quasi del 40% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Questa diminuzione ha avuto un impatto significativo sul commercio marittimo nella regione, al punto da costringere Stati Uniti e Regno Unito ad un’azione muscolare (il bombardamento sullo Yemen). Intanto Russia e Cina incassano le rassicurazioni di Al Burkhaiti, portavoce del gruppo terrorista, che garantisce: “…per quanto riguarda tutti gli altri Paesi, compresi Russia e Cina, la loro navigazione nella regione non è minacciata”.

In risposta alla situazione di instabilità, l’Italia ha scelto di non partecipare attivamente alle operazioni militari guidate dagli Stati Uniti, preferendo invece una strategia difensiva in collaborazione con gli altri paesi europei. Il ministro degli esteri Antonio Tajani suggerisce che una soluzione potrebbe essere l’ampliamento della missione Agenor, realizzata nell’ambito dell’iniziativa europea Emasoh. Questa proposta si basa sull’idea che l’attuale operazione Atalanta, che copre un’area marittima estesa, risulti troppo ampia per garantire un’efficacia ottimale.

L’impegno militare italiano nella regione del Mar Rosso comporterebbe sfide significative per l’Italia e le sue forze armate. Una delle principali sfide è legata alla limitatezza delle risorse a disposizione. Secondo la Rivista Italiana Difesa (RID), la spesa militare italiana nel 2022 è stata di 22,69 miliardi di euro, mentre l’IISS ha riportato un budget di 29,4 miliardi di euro. A confronto, la Germania ha speso 58,6 miliardi di euro nel 2023, la Francia 55,1 miliardi e il Regno Unito 64,21 miliardi. In termini di dispiegamento delle forze, l’IISS riporta che nel 2023 l’Italia ha schierato all’estero circa 6.400 unità. Aggiungendo le operazioni interne, il numero totale di unità impiegate in operazioni ammonta a circa 13.000. In confronto, il Regno Unito ha schierato circa 11.500 uomini all’estero, la Germania circa 3.500, e la Francia circa 22.700, di cui 14.700 all’estero e 8.000 in Francia.

Per gestire un numero così elevato di personale e condurre numerose operazioni, l’Italia è costretta a privilegiare le spese per il personale a scapito di quelle per esercizio, manutenzione e addestramento. Un potenziale aumento dell’impegno militare italiano nel Mar Rosso richiederebbe un incremento sostanziale del budget della difesa, oppure un ridimensionamento dello sforzo militare in altre regioni. Tuttavia, relativamente alla prima ipotesi, il Documento Programmatico Pluriennale (DPP) per il 2023-2025 non sembra orientato verso un aumento della spesa militare, prevedendo anzi una riduzione nei prossimi tre anni (27,748.5 miliardi nel 2023, 27,278.3 nel 2024 e 27,485.1 nel 2025), mentre in merito alla seconda ipotesi l’unico aumento di personale che questo governo prevede è per l’operazione Strade Sicure (1800 unità per il 2024).

La minaccia Huthi per l’Italia può attendere.