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La dottrina Breznev prevedeva come l’Unione Sovietica dovesse mantenere saldo il controllo sull’Europa orientale ed era chiaro nella mente dell’ex segretario generale come il controllo del blocco orientale era vitale al fine di mantenere in vita il suo blocco, quello sovietico, e dunque non vi erano spazio per contestazioni. E se nel caso ci fossero state la risposta, sarebbe stata semplice, vedasi a Praga nel 1968.

Una visione ben poco lungimirante visto che la fine dell’URSS iniziò proprio con le contestazioni negli stati socialisti europei. Probabilmente la dottrina Breznev è stata fatta propria dalle parti del Nazareno. Vi spieghiamo il perchè: perdendo consenso e voti nell’elettorato italiano, l’unica strada da seguire – così ha pensato il Pd – è quella di mantenere saldo il controllo su tutti i campi della cultura: dalla dirigenza degli audiovisivi, alla scuola, passando per le nomine di istituzioni culturali come i teatri. Obiettivo? Detenere il controllo dei mezzi culturale così da influenzare gli italiani nel profondo e avvicinarli alla loro visione del mondo.

Il PD è ben consapevole che una delle iniziative alle quali è più avvezzo e predisposto è quella dell’egemonia della cultura, che conduce fin dall’inizio del secondo dopoguerra e sa bene di come non può perdere il controllo su nessun campo culturale, Breznev docet.

La maggioranza del consenso elettorale consente al governo dal Premier Giorgia Meloni di avere una stabilità e dunque di guardare ad un orizzonte almeno di cinque anni. Giustamente il centrodestra ha iniziato a giocare d’attacco anche nel campo culturale, dove però incontra un Partito Democratico pronto a schierarsi sul terreno di gioco con un “catenaccio” difensivo, al fine di non perdere nemmeno un centimetro di controllo. Se Breznev alle proteste rispondeva con i carrarmati per mantenere saldo il potere tra Praga, Budapest, Berlino Est e Mosca, il PD alla perdita di controllo risponde con grandi infuriate contro la destra, accusandola di essere arrogante e di pensare alle poltrone anche in contesti più aulici, quali quelli culturali.

Accuse che sono avvenute proprio in questi giorni, a seguito della nomina del regista Luca De Fusco a direttore del Teatro di Roma, iniziativa che ha fatto scoppiare un vero e proprio caso politico. A seguito di tale evento è esplosa tutta la rabbia dem, con la segretaria Elly Schlein che rimprovera come “la destra al governo, nazionale e regionale che sia, ha sempre e solo la stessa ossessione: occupare poltrone, promuovere gli amici”. Un commento non molto coerente con il rapporto proprio della sinistra con la cultura, dal momento che ha monopolizzato nomine riguardanti tale campo e per aver sempre messo da parte intellettuali di destra – fa ancor più sorridere che Luca De Fusco abbia avuto una sola tessera di partito nella vita, quella del Partito Socialista (!) – sia nelle scelte degli autori nei programmi scolastici e sia nelle nomine dell’ambito accademico.

Difatti, il professore Giovanni Orsina ha definito tale attitudine antifascista sin dal dopoguerra non un contrario del fascismo, ma un fascismo al contrario, che non accetta uno spirito democratico della divisione di ruoli, specialmente nel settore dottrinale, conoscendo le potenzialità di quest’arma di modificare le persone nel profondo, nello spirito e dunque pericolose se affidate ad una destra che opta per un popolo con mente pensante. Anche il Sindaco della Capitale Roberto Gualtieri infiamma i toni invitando De Fusco alla dimissione e proponendo un ricorso in tutte le forme possibili, invece di interrogarsi su come Roma, culla della cultura occidentale, sia stata beffata non solo dalla spendacciona Ryad, ma anche da un’innocua Corea del Sud nella corsa ad ospitare Expo 2030.

Per riportarci alla realtà dei fatti è servito il commento del Ministro della Cultura Sangiuliano che giustamente fa notare come “De Fusco non è di destra” (che, se poi anche lo fosse, che impedimenti nel ricoprire tale ruolo verrebbero a crearsi?) e come la nomina sia frutto di una scelta meritoria. Proprio il merito, che la sinistra combatte nelle scuole, attraverso una propaganda grazie ad un monopolio di pensiero nei sistemi scolastici che sta avendo l’illustre merito di creare masse di giovani studenti privi di identità, anima e passioni. Ma d’altronde cos’è il merito in un mondo dove tutto è etichettato come uguale?

Di Andrea Palandrani