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“I coreani sono abituati a questa alternanza di destini. Il loro è stato a lungo un paese di drammi e contraddizioni”. Con queste parole l’autore britannico Michael Breen introdusse il suo saggio “All’ombra del dittatore grasso. La Corea del Nord e il peso di Kim Jong Il”.

Un’opera indiscutibilmente necessaria per comprendere la dinamitarda situazione geopolitica di una penisola che nel 1945 fu liberata dal giogo nipponico salvo poi divenire primo vero teatro bellico delle trame della Guerra Fredda. Gli storici la chiamano “La Guerra dimenticata”, quella che nel 1953 sancì la divisione della penisola all’ombra del 38esimo parallelo con l’Armistizio di Panmunjeom a cui non fece seguito alcun trattato di pace.

Al di là delle zone di frontiera demilitarizzate l’identità di un popolo venne brutalmente spezzata. Il nord del capitano Kim Il Sung divenne bastione sovietico e comunista con capitale Pyongyang, il Sud con capitale Seoul difeso da MacArthur venne rivendicato dal Generale Syngman Rhee. Da allora sono seguiti decenni di provocazioni reciproche e tentativi di escalation oltremodo incoraggiati da Kim Jong Un, attuale dittatore e ultimo discendente della dinastia Kim. Mentre le trame geopolitiche ed i venti di guerra globale vedrebbero le contese su Taiwan come possibile casus belli per una terza guerra mondiale ad infiammare il Pacifico è invece nuovamente la Corea del Nord. Lo stesso paese che dopo alcuni anni di parziale acquiescenza era tornato al centro dello scacchiere geopolitico durante il mandato Trump.

Il Tycoon fu il primo presidente a varcare il confine della zona demilitarizzata fianco a fianco dello stesso Kim, a posteriori una svolta epocale dopo le polemiche, la freddezza e la rottura dei rapporti diplomatici tra i due Paesi avversari durante il mandato Obama (come ben raccontato da Loretta Napoleoni nel suo saggio “Il Nemico Necessario”). Oggi Kim torna a far tremare l’Occidente con gli analisti americani sicuri che l’attuale Leader supremo stia preparando il suo Paese alla guerra.

Difficile tuttavia capire in Corea del Nord dove termini la propaganda e dove cominci la verità, in un Paese che fino a pochi anni fa era reticente perfino ad accogliere i turisti nel peculiare “truman show” organizzato per gli impavidi viaggiatori da compagnie statali e direttamente legate al governo. Viaggi in cui le guide sono onnipervasive ed il Paese appare connubio fra distopia e cristallizzazione temporale del ‘900 sovietico. Come riferito dall’analista Choe Sang-Hun, tra le colonne del New York Times, la Corea del Nord ha imbastito la sua strategia geopolitica degli ultimi due decenni sulle provocazioni agli storici nemici: Corea del Sud e Giappone. Provocazioni che oggi sono sorrette da un arsenale nucleare che ha spinto perfino due esperti e veterani come Robert Carlin (già ufficiale del Dipartimento di Stato americano) e Siegfried Hecker (scienziato nucleare) a dirsi sicuri che “Kim abbia preso la decisionestrategica di entrare in guerra”.

Kim Jong Un sfrutterebbe quindi uno scenario globale che vede l’Occidente unito impegnato su più fronti: da Formosa all’Ucraina, fino al Medio-Oriente insanguinato dopo gli scontri Hamas-Israele. Un altro segnale preoccupante è stato l’abbattimento simbolico dell’Arco della Riunificazione, sorto nel 2000 come segnale distensivo fra le due Coree. La furia iconoclasta dell’attuale leader nordcoreano sembra trascendere qualsiasi velleità di riunificazione o avvicinamento diplomatico e travolge perfino una tradizione di parziale distensione inaugurata da Kim Jong-Il.

Nel 2010 sul Monte Kumgang più di quattrocento sudcoreani ottennero il permesso di riabbracciare poco meno di un centinaio di parenti nordcoreani. Erano divisi dal lontano 1953. Alcuni degli scatti di quel giorno sintetizzano perfettamente quel dramma epocale che ha spezzato la penisola in due sfere contrapposte, l’odio revanscista e l’ennesimo capitolo di una storia a lungo dimenticata, come spesso si dimentica che le guerre non sono altro che l’insieme dei tasselli di un grande e comune mosaico esistenziale.