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Stellantis è tornata a battere il chiodo nei confronti delle casse dello Stato italiano. Ieri, a Bloomberg, l’amministratore delegato Tavares ha comunicato al governo italiano che, in assenza di sussidi pubblici, il numero di dipendenti degli stabilimenti di Mirafiori e Pomigliano subirebbe una drastica riduzione. Non è solo un caso, questo, di mercato del lavoro. Siamo davanti ad un intreccio che comprende la condizione attuale del mercato dell’automotive, le politiche green dell’Unione Europea e le sue conseguenze, ma anche un pizzico di diplomazia tra Francia e Italia.

I due stabilimenti nel mirino dell’ad Tavares – quello di Mirafori e quello di Pomigliano – contano circa quindici mila dipendenti, divisi tra i dieci mila di Mirafiori e i quattro/cinque mila di Pomigliano. Non starò qui a raccontare il declino che ha vissuto la produzione di Stellantis in Italia: chiusure, delocalizzazioni, richieste di sussidi e null’altro. Di sviluppo e futuro negli ultimi anni se n’è parlato ben poco. Tornando all’oggi, quindi, Exor, la holding di partecipazione della famiglia Agnelli, ha messo il governo italiano con le spalle al muro: o arrivano dallo Stato sussidi per sostenere la competitività di Stellantis rispetto agli altri player globali del mercato elettrico oppure verranno licenziati un numero impreciso di lavoratori.

Questa vicenda, come detto in apertura, non riguarda solo i mercati dell’automotive nè del rapporto tra Stellantis e il nostro paese. È l’ulteriore dimostrazione della follia che sta dietro alle politiche green che hanno invaso le menti dei benpensanti negli ultimi anni. Un solo dato a riguardo dovrebbe far spalancare gli occhi di tutti: le vetture full eletric immatricolate a gennaio 2024 sono state solamente 2’947, vale a dire il 56,6% in meno rispetto a dicembre 2023 e l’11,6% in meno rispetto a gennaio 2023. E un altro dato importante: il 60% del mercato delle auto elettriche è cinese. Questo ci conferma che le policies europee in ambito green e automotive hanno portato il nostro continente a scontrarsi con un player, quello cinese, che, avendo le materie prime, è avanti anni luce – e lo sarà presumibilmente per sempre – rispetto a noi europei.

Sta di fatto che la richiesta di soldi pubblici proveniente da Stellantis non sorprende. Fa impressione l’ammontare di denaro pubblico che negli anni è entrato nelle casse della ex Fiat: stando agli studi di Federcontribuenti, si parla di oltre 200 miliardi di soldi pubblici negli ultimi 37 anni (dati del 2012). E adesso ne chiedono altri. È comprensibile, quindi, che il Ministro Urso abbia paventato l’ingresso dello Stato nel capitale di Stellantis, dove è già presente la Francia con una partecipazione diretta pari al 6,1%. Oltre all’Eliseo, i soci francesi sono più forti degli altri. Non ci dovremmo sorprendere, però. Chi ha seguito la nascita di Stellantis, sa bene che non si è trattato di una fusione tra due colossi ma un’acquisizione di FCA da parte di PSA, il gruppo che comprendeva tra le altre marche anche Peugeot.

Il governo italiano, poche settimane fa, ha comunicato di voler vendere alcune piccole participazioni di ENI e Poste Italiane perchè “bisogna fare cassa”. Entrare in Stellantis significherebbe un esborso di denaro che difficilmente sarebbe sopportabile per i conti pubblici. È l’ora del coraggio, Presidente Meloni.