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Negli ultim mesi del 2023 l’Unione Europea ha approvato la richiesta della Turchia di poter registrare l’olio extra vergine di oliva, Aydın Memecik Zeytinyağı, come prodotto di origine protetta, arrivando ad ora a dodici prodotti di origine turca all’interno della filiera protetta dell’UE.

“La registrazione aumenterà il riconoscimento di questo olio d’oliva, come altri prodotti registrati dall’Ue in Turchia”, ha affermato l’ambasciatore di Bruxelles ad Ankara, Nikolaus Meyer-Landrut, dichiarandosi lieto del certificato ottenuto dall’olio d’oliva di Aydin. Sicuramente questo passo risulta essere importante nelle relazioni economiche tra Turchia e UE, ma siamo davvero sicuri che questo fatto non possa creare problemi alla filiera agricola all’interno dell’Unione, e soprattutto per le nostre aziende agricole che già faticano a mantenere il passo?

Proviamo ad analizzare la questione anche con qualche dato. L’Unione europea è il maggior produttore, consumatore ed esportatore di olio di oliva. Rappresenta circa il 65% delle esportazioni mondiali di olio di oliva e produce circa il 67% dell’olio mondiale. Circa 4 milioni di ettari, principalmente nei paesi mediterranei dell’UE, sono destinati alla coltivazione di ulivi in oliveti tradizionali, intensivi e super intensivi. Il nostro paese risulta essere il primo consumatore mondiale di olio d’oliva, con 8kg di consumo pro-capite ed il secondo esportatore, con il 21%, dietro solo alla Spagna. Nonostante questi numeri, il comparto italiano risulta essere in calo nella produzione annua di olio perché risente enormemente delle condizioni climatiche avverse, della frammentazione produttiva, della volatilità dei prezzi e della redditività; aggiungiamo il fatto che la maggior parte della produzione è prevalentemente per il consumo interno familiare e non per la vendita.

Nel triennio 2020-22 la produzione si è dimezzata rispetto al triennio 2010-12, portando così ad attestare la produzione sotto le 300mila tonnellate. Inoltre, sono circa 620mila le aziende olivicole sul territorio e di queste il 42% non arriva a 2 ettari di coltivazione, e solo il 2,5% oltre 50 ettari. La superficie investita ad olio è diminuita del 3,5% dal 2011 al 2021. Dati allarmanti come questi, e l’aumento della concorrenza a livello europeo anche grazie all’entrata del marchio DOP dell’olio turco, porterà a conseguenze catastrofiche per il comparto olivicolo del nostro paese.

Oltre a ciò, la mancanza di accordi pluriennali delle aziende del settore con le realtà anche della grande distribuzione e l’esplosione dell’inflazione stanno contribuendo ad aumentare il problema. Infatti la mancanza di un piano gestionale pluriennale non consente il necessario investimento sia sulla produzione sia sulla modernizzazione, così da non permettere alle nostre aziende di tornare a primeggiare in Europa.