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Le recenti escalation in Medio Oriente – a partire dall’attacco di Hamas il 7 ottobre scorso – si sono evolute oltre i confini di Israele e Gaza, sollevando preoccupazioni su un potenziale intervento su larga scala da parte degli Hezbollah, sotto il patrocinio del regime iraniano. Le azioni degli Houthi, anch’essi sostenuti dall’Iran, contro mercantili nel Mar Rosso hanno evidenziato ancora una volta il ruolo destabilizzante del regime iraniano nella regione, provocando un’operazione congiunta di Stati Uniti e Regno Unito.

Il presidente Joe Biden, in un comunicato diffuso, ha annunciato il successo dell’operazione, affermando: “Le forze militari statunitensi, insieme al Regno Unito e con il sostegno di Australia, Bahrein, Canada e l’Olanda, hanno effettuato attacchi con successo contro diversi obiettivi in Yemen utilizzato dai ribelli Houthi per mettere a repentaglio la libertà di navigazione in una delle vie navigabili più vitali del mondo”. Pertanto, sei nuovi paesi sono ora coinvolti nei conflitti in Medio Oriente, segnando uno sviluppo significativo dall’inizio della guerra.

Secondo BBC World News, il presidente Biden ha inviato un messaggio privato all’Iran sugli Houthi nello
Yemen dopo che gli Stati Uniti hanno effettuato un secondo attacco contro il gruppo. Dichiarazioni, interviste e copertura mediatica sui conflitti in Medio Oriente stanno gradualmente spostando l’attenzione verso l’Iran, principale istigatore nonchè “testa del serpente”. Ma perché l’Iran sta contribuendo a questa escalation? Ciò riflette davvero il suo potere? L’uso del terrorismo è sempre stato un atto codardo e il comportamento del regime segnala debolezza piuttosto che potere. L’Iran deve affrontare enormi sfide interne: l’incapacità di contenere i dissensi scoppiati nel settembre 2022 dopo l’omicidio della giovane Mahsa Amini, gli alti tassi di disoccupazione, l’inflazione superiore al 45% e gli scioperi quotidiani di diversi gruppi di lavoratori riflettono la fragilità interna dell’Iran e il Regime sfrutta i conflitti oltre i suoi confini come un’opportunità per reprimere il dissenso interno e distogliere l’attenzione internazionale. E l’esecuzione di oltre 860 persone solo nel 2023 (con un aumento del 36% rispetto al 2022) o le 300 esecuzioni negli ultimi tre mesi del 2023 dopo lo scoppio della guerra, illustrano tale strategia.

Altro aspetto cruciale da considerare è la politica dell’UE e degli Stati Uniti nei confronti dell’Iran. Il regime iraniano sembra fiducioso che i paesi occidentali eviteranno il coinvolgimento in una guerra più ampia in Medio Oriente. Contando sulla pacificazione, ritiene che le sue azioni rimarranno impunite continuando così ad alimentare la guerra. In queste circostanze, i paesi occidentali si ritrovano intrappolati nella loro politica di appeasement, politica alla quale tuttavia è necessario porre fine se si intende realmente avviare un processo di pace e stabilità duratura nella regione. È fondamentale quindi ritenere responsabile il regime iraniano, a partire dalla designazione del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (la principale entità repressiva interna e attore del terrorismo e della guerra nella regione) e di tutte le milizie ad esso affiliate, come organizzazioni terroristiche.

I paesi occidentali devono reindirizzare le forze del regime iraniano verso i propri confini, cosa che può essere ottenuta solo sostenendo il popolo iraniano. E riconoscere il diritto del popolo iraniano a resistere, come dichiarato da decenni nel piano in dieci punti della signora Maryam Rajavi, presidente dell’unica e duratura alternativa a questo regime oppressivo, il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (CNRI), è il punto essenziale per l’instaurazione di una repubblica libera, democratica e laica in Iran, nonché per la pace e la tranquillità nella regione mediorientale.

Di Ghazal Afshar Kabeery Hosseini – Associazione dei Giovani Iraniani