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Quella che doveva essere una tattica per svicolare le accuse di Trump e dimostrare collaborazione con le autorità giudiziarie rischia di trasformarsi in uno tsunami per la campagna democratica.

Di ieri infatti la pubblicazione delle 345 pagine redatte dal Procuratore speciale Robert Hur chiamato ad investigare sui documenti dell’ex presidente ritrovati nella casa del Presidente in Delaware. Dossier classificati risalenti agli otto anni da vicepresidente sotto Barack Obama e, per dirla con le parole di Hur, alquanto mal custodite. Detto ciò Biden si è dimostrato estremamente collaborativo, una tattica che i legali del Presidente hanno adottato non solo per via del ruolo ricoperto, ma anche e soprattutto per la contemporanea vicenda analoga che investe l’ex Presidente e sfidante Donald Trump. Ricorderete la vicenda dei documenti custoditi a Mar-a-Lago, residenza vacanziera del Tycoon.

Ora Biden ha sì dimostrato la sua buonafede e cioè che quelle carte le aveva custodite con lo scopo più storiografico che politico per dimostrare ai posteri che la sua contrarietà all’aumento voluto da Obama delle truppe in Afghanistan fosse un errore in pieno stile Vietnam, e non dunque per servirsene in chiave politica. Una sorta di polizza salva memoria storica.

Il punto infatti non è più sul perché il Presidente tenesse in garage e in salotto i documenti classificati – benché si evidenzi una certa sciatteria archivistica – ma su quello che Biden ha detto e non ha detto alla Commissione che lo ha ascoltato. Soprattutto sul non detto, frutto non di una volontà omissiva dei fatti, ma al contrario di “scarsa memoria” che ha fatto apparire il Presidente Biden alquanto “confuso”. Di più, non solo Biden non ricordava gli anni della sua vicepresidenza (2008- 2016) e quindi nulla in particolare dei fatti afghani – a quanto pare un tasto dolentissimo per Biden – ma non rammentava neanche la tragedia che lo ha colpito con la prematura scomparsa del figlio Beau. Quindi le azioni di Biden non sono intenzionali ma frutto dei suoi problemi di memoria.

Questo documento adesso rischia di rappresentare un’arma utilizzabile dai repubblicani, perché per la prima volta è stato messo nero su bianco da un funzionario pubblico – per di più un Procuratore speciale – che Biden ha problemi di memoria e scarsa lucidità. Insomma un boomerang. Anche il tempismo non gioco a favore del Presidente democratico, in quanto il rapporto di Hur arriva al termine di una settimana dominata dalle gaffe che hanno incrinato la percezione della lucidità del Presidente ribadita dai democratici, più per dovere d’ufficio e di parte che una reale convinzione.

Ad aver fatto il giro del mondo è stato quanto detto da Biden a Las Vegas domenica scorsa, e subito rimbalzato sui media di mezzo mondo: il presidente infatti ha confuso il Presidente Emmanuel Macron con il suo predecessore François Mitterrand in carica dal 1981 al 1995, non proprio ieri, e aggravando il tutto confondendo la Francia con la Germania, un sacrilegio storico per entrambi i popoli menzionati. Mercoledì poi, sempre in tema di leader, ha confuso Helmut Kohl con Angela Merkel parlando del G7 del 2021 – l’ex cancelliere Kohl è scomparso nel 2017 – e questo ovviamente ha riacceso i dubbi sul suo stato mentale.

Ora il rapporto Hur potrebbe essere una bomba per la campagna per la rielezione del Presidente e per il Comitato Nazionale democratico, chiamato a trovare nell’immediato una soluzione. Musica per le orecchie di Donald Trump e dei repubblicani che da tempo mettono sotto la lente d’ingrandimento – non che fosse necessario – le performance di Biden collezionate in questi quattro anni e peggiorate nell’ultimo biennio. Ma Biden non ha alcuna intenzione di mollare la presa, convinto di essere l’unico democratico in grado di sbarrare la strada a Trump, convinzione che potrebbe ritorcersi contro lo stesso Biden molto presto.