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Se c’è una Destra di governo è anche merito suo. Il ricordo, umano e politico, in Senato alla presenza del
Capo dello Stato.

Un quarto di secolo senza Pinuccio Tatarella, riconosciuto a una voce come il fautore di una Destra in linea con le evoluzioni della società e, a caduta, con le domande del corpo elettorale. Nel cruciale trapasso degli anni Novanta, tra il crollo del Muro, l’elezione diretta dei sindaci, il passaggio al Mattarellum che spezza il sistema glassato della Repubblica dei partiti e il primato della comunicazione, Tatarella intuisce che si stanno aprendo degli spazi politici per una Destra di governo. Capace di stare al
governo ma anche di impersonare “l’opposizione di Sua Maestà”.

La fedeltà atlantica, mai troppo in discussione nemmeno al tempo del MSI che nacque per parlamentarizzare un consenso popolare altrimenti escluso, e la piena adesione ai valori della Repubblica portano all’atteso scongelamento di quei voti che Berlusconi accoglierà, ben volentieri, per sbaragliare gli ex comunisti negli uninominali soprattutto nel Centro-Sud. E mentre i nipotini degli ex-comunisti oggi sono alle prese con l’ennesima transizione, sulla base della doppia g – gender & green, i pilastri di questo
“partito radicale di massimo” -, la parabola di quella Destra, animata dalle intuizioni del politico di Cerignola, si completa con il governo Meloni. Per i bilanci c’è tempo.

Il ricordo, politico e soprattutto umano, di Tatarella è stato al centro di un’iniziativa della Fondazione AN, con il patrocinio di Fondazione Tatarella e Il Secolo d’Italia, andata in scena mercoledì 7 febbraio al Senato, alla Sala Koch. Ha partecipato anche il Capo dello Stato Sergio Mattarella, a rimarcare il valore e la trasversalità delle idee di un politico troppo prematuramente scomparso. Più che i colleghi, gli amici, Ignazio La Russa e Giuseppe Valentino hanno ricordato il lato umano: l’ingegno fertile, l’autoironia, la
disponibilità che è la base della politica.