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“I piani contro la povertà aumentano la povertà, i piani contro la disoccupazione aumentano la disoccupazione”.
Questa frase, del professore Jesús Huerta, descrive appieno le fondamenta del pensiero del
presidente Milei. L’intervista rilasciata ieri sera a Nicola Porro è stata qualcosa che non ha precedenti.

Persona dallo stile non esattamente eccelso, il presidente argentino ha affrontato questa intervista spaziando dalle sue origini riconducibili al nostro paese, passando alla sua politica anarco-libertaria, per concludersi con l’elogio al presidente Meloni e il rapporto con il Santo Padre.

Il realismo e la semplicità sono dei tratti distintivi che da troppo tempo non si scrutavano nel panorama politico. Ascoltarlo è stato qualcosa di esaltante ed emozionante allo stesso tempo, soprattutto perché è riuscito a tenere una lezione di teoria politica snocciolando l’argomento come se si stesse parlando di calcio a una cena tra amici, e soprattutto facendo capire a tutti sia quali sono le sue intenzioni sia come funziona l’economia liberale.

Per alcuni versi più anarchico che libertario, la sua formazione si rifà alla scuola austriaca della teoria economica; infatti ha subito messo in chiaro il suo profondo disprezzo per lo stato, ritenendolo un nemico, un’associazione criminale. “Assolutamente sì, di fatto lo Stato è un’associazione criminale in cui un insieme di politici si mettono d’accordo e decidono di utilizzare il monopolio per rubare le risorse del settore privato. Come diceva Oppenheimer, il metodo da usare nel mercato è l’investimento, il commercio, ma il metodo dello Stato è l’opposto: rubare. Lo Stato è il ladrone sistematico più grande del mondo.” Da queste parole traspare come lo stato deve entrare il meno possibile all’interno della vita dei cittadini, lasciando loro la libertà di operare. Inoltre, traspare un’enorme disprezzo per la classe politica, identificata come la più corrotta che ha preso il controllo dello stato.

A seguito di queste dichiarazioni ha fornito una serie di numeri per far capire la sua politica di minore intrusione dello stato. Queste le sue parole per descrivere le sue prime settimane di tagli da presidente dell’Argentina: “Abbiamo buttato fuori più di 50.000 impiegati pubblici, più di 10.000 contratti non sono stati rinnovati, 200.000 programmi sociali che erano portati avanti in modo irregolare sono stati chiusi e abbiamo abbassato del 98% i trasferimenti discrezionali alle province. Noi riteniamo che le opere pubbliche siano un macchinario volto solo a creare corruzione che è endemica nell’esistenza dello Stato. Lo Stato ha il monopolio della violenza e delle imposte, quindi gli imprenditori sono costretti a comprare favori dai politici.”

L’intervista continua raccontando non solo il socialismo e il comunismo come il male del mondo, ma fa capire come grazie a Gramsci il socialismo sia entrato anche nelle istituzione pubbliche, descrivendo la situazione dell’università di Buenos Aires dove vengono studiati solo Keynes e Marx, nel quale gli altri grandi economisti vengono trattai quasi come spazzatura. L’elogio finale però è riservato sia al Papa, che ritiene essere la persona argentina più importante, ma soprattutto per il presidente del consiglio Meloni. Ammirandone il coraggio e mettendone in luce come lei sia stata di ispirazione per il modo di fare che ha.

Auspicando che anche qui arrivi il realismo che ora la fa da padrona in Argentina, continueremo a seguire l’evolversi della situazione in Argentina. E vedremo se il neoliberismo degli anni di Reagan e della Thatcher possano tornare finalmente d’attualità.