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“Serve l’esercito europeo ora” tuona Matteo Renzi sul proprio canale WhatsApp, dopo le parole di Donald Trump che sembrano aver allarmato un po’ di persone nel Vecchio Continente.

Ora da un ex Premier ci saremmo aspettati che invitasse il governo ad aumentare la “spesa militare” per il raggiungimento dell’obiettivo Nato del 2% del Pil, che invitasse il Ministro Crosetto ad accelerare sulla riserva… nulla da fare. L’unica cosa che Matteo Renzi riesce a dire è “serve l’esercito europeo”. Sapendo bene che di tutte le sovrastrutture utopiche che sovrastano la già di per sé struttura utopica europeista, quella della difesa è tra le più fantasiose e irrealizzabili per vari motivi che ormai dovremmo ben conoscere.

La cosa che però lascia interdetti – al di là del fatto che parlare di esercito europeo appare come una forzatura e un mero slogan – è che di tutte le dichiarazioni espresse in risposta o a commento del comizio di Donald Trump le uniche proiettate non verso il proprio paese, ma verso una soluzione comunitaria, sono state espresse da un italiano. Al contrario, per esempio, della Germania che, invece, per bocca dello stesso Sholtz ha annunciato che raggiungerà l’obiettivo del 2%. Come a dire, noi ci mettiamo in pari, che poi è il “grazie” tedesco rivolto agli Stati Uniti per aver messo fine al tabù post bellico sul riarmo tedesco (una delle richieste della nascente Federazione Russa agli Stati Uniti nel 1991), consentendo a Berlino di fare quello che da tempo agognava di fare – il lupo perde il pelo ma non il vizio – trovando però sempre un secco nein da parte delle amministrazioni Usa e lo sguardo sospettoso di tutti gli attori europei. La Francia tace, perché – si sa – Parigi conosce un solo europeismo, ed è quello inteso come estensione della propria egemonia, e nel bonapartismo macroniano il partito europeo Renew Europe sembra proprio il braccio politico di tale tentativo egemonico francese.

Ancora una volta Renzi ha messo in chiaro che l’Italia o almeno la sua idea d’Italia è debole. Non vede, dunque, altro mezzo che sopprimere l’ultimo bagliore di sovranità per combattere la paura. Paura che dovrebbe suscitare un moto di reazione nazionale e invece l’ex premier sceglie di declinarlo in chiave europeista, forzando non poco lo scenario fattuale. Non è facile spiegare questo vizio degli innamorati dell’Europa – a parole – che colgono ogni occasione per invocare l’avvento salvifico di Bruxelles – a noi oggettivamente provoca l’ orticaria – in ogni materia dello scibile umano.

L’esercito europeo inteso come forza unitaria sotto un comando militare posto come braccio operativo della Commissione o del Consiglio europeo non serve, non funzionerebbe e finirebbe come gli eserciti alleati ad Austerlitz. Che poi un esercito europeo avrebbe anche poco senso visto che manuale di storia alla mano anche la Russia è Europa. Ma sorvoliamo. L’ombrello NATO è ancora oggi lo strumento difensivo più efficace e collaudato e non esiste nessun sostituto possibile nel breve e medio periodo. Certo è chiaro che l’eventuale disimpegno americano dal teatro europeo può essere anche un’opportunità da sfruttare e anche l’occasione per mettere a tacere una certa retorica pacifista che ha pensato che la guerra fosse un retaggio del passato e non un elemento essenziale – seppur drammatico – dei rapporti tra gli Stati e un inevitabile meccanismo dei processi storici.

L’invasione dell’Ucraina è stata la sveglia, Gaza la prima colazione e la crisi nello Yemen la colazione, di quante portate lo capiremo nell’immediato futuro. Questi nuovi scenari pongono agli Stati Europei delle domande sul proprio futuro a cui ciascuno risponderà in maniera autonoma, così è sempre stato, così sarà.

Non dimentichiamo che un attore attivissimo negli attuali contesti è la Gran Bretagna che non è più paese UE. Giusto per smorzare il coro dell’oratorio europeista. L’obiettivo è più semplice e più immediato di progetti futuristici e anche un tantino fantascientifici, come quello dell’esercito europeo: sulla base delle due alleanze (quella del Quirinale e quella dell’Eliseo) che uniscono reciprocamente Italia – Francia e Francia – Germania, occorre costituire una nuova “triplice”, una coalizione da estendere alla Gran Bretagna e alla Spagna qualora quest’ultima decidesse di ridestarsi dal proprio isolazionismo iberico. Serve una sintesi perfetta tra realismo politico e pragmatismo operativo.