Abbonati alla rivista

Nazione Futura Rivista

Abbonati alla rivista

DARIA NAVALNAYA, FIGLIA DEL DISSIDENTE RUSSO ALEXEY NAVALNY

“Aleksej Fëdorovič Karamazov era il terzo figlio di un possidente del nostro distretto”, inizia così uno dei romanzi più amati della letteratura russa. Aleksej Navalny, invece, era figlio di un ufficiale dell’Armata Rossa ma come il personaggio di Dostoevskij era anch’esso portato a cercare la verità, forse nel caso suo più nelle carte segrete del Cremlino che nella fede come il protagonista de I Fratelli Karamazov.

Il dissidente, l’attivista ribelle, l’oppositore politico più noto del presidente russo Vladimir Putin. La notizia della sua morte, oggi, ha lasciato l’Europa sgomenta. È giunta come un triste promemoria, usando le parole della presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen, che ci ricorda cosa sia il regime di Putin e cosa significhi vivere in un paese in cui la libertà di pensiero e il pluralismo non sono contemplati.

Senza entrare nelle dinamiche del suo decesso, che saranno ben delineate dalle agenzie e dai media, urge forse una riflessione profonda sul messaggio che Navalny ci lascia. Putin non ha badato a spese, ha tagliato e bruciato ponti scegliendo di pagare il prezzo più alto – penso all’isolamento internazionale o alle innumerevoli sanzioni – pur di emarginare l’avvocato e attivista russo. Navalny ha sempre rappresentato per Putin una minaccia da annientare seduta stante. Soltanto la settimana scorsa il Cremlino ha espulso diplomatici europei in concomitanza con la visita dell’Alto rappresentante Joseph Borrell il quale, tra i diversi dossier sul tavolo, aveva chiesto anche la liberazione dell’oppositore.

Non serve ricordare la storia di Navalny, che per anni ha raccolto dettagliate informazioni sull’imperante corruzione del governo dello Zar e dei suoi fedelissimi o sugli atti criminali compiuti anche oltre i confini russi, per non parlare della sua aperta denuncia di elezione truccate – Putin, infatti, nel 2018 utilizzò le procure per impedire a Navalny stesso di candidarsi. Naturalmente vinse nuovamente, ma in una corsa solitaria. Poi l’avvelenamento in Siberia e il ricovero in Germania, le ammissioni dei servizi russi sul tentativo di ucciderlo con il Novichok. Infine, il suo ritorno nella Madre Russia nonostante una fine già scritta, una prova di coraggio che dimostra la scelta di un uomo la cui verità è inscalfibile.

Perché quando l’intera macchina politico-giudiziaria di un regime si accanisce contro un solo uomo, riconoscendolo come una minaccia da annientare, significa che esso è portatore di un messaggio potente nonché rivoluzionario. Come può una singola voce far tremare i più alti poteri? Vi è una caratteristica che accomuna tutti i grandi dittatori, di oggi e della storia, ed è il timore del dissenso, la paura di perdere la presa sulla coscienza e sulla vita del popolo e, così facendo, di perdere il potere. Putin lo sa, e molto bene, perché questo Navalny per anni ha rappresentato per lui. Il terrore di un declino imminente e la sua più grande fobia, quella di veder svelata ogni sua bugia. Ecco perché oggi la morte di Navalny non è un punto a favore per Putin ma soltanto un’ulteriore prova della sua debolezza.

Così come Anna Politkovskaya o Boris Nemtsov, il destino di Navalny si è unito a loro e alle tante altre personalità russe che non si sono mai arrese al giogo autocratico e che hanno mantenuto vivo in loro il sogno di una Russia più libera. Spesso, nella narrazione quotidiana di quanto sta avvenendo in Ucraina o nella stessa Russia, ci scordiamo di raccontare quel crescente dolore che sempre più affligge milioni e milioni di cittadini russi, persone che vorrebbero uscire dall’incubo dell’assolutismo violento che li governa e che continuano invece ad esserne vittime. Ostinata e testarda è la volontà di Putin nel voler far cadere nel baratro il suo popolo e la sua nazione, ogni giorno sempre più distaccata o addirittura esclusa dalle istituzioni e organizzazioni internazionali: il Consiglio d’Europa, la Corte internazionale di giustizia, l’Unesco e la lista è destinata ad allungarsi.

Oggi, ancor più di ieri, di fronte alla morte di Navalny quel dolore si fa più acuto e lancinante poiché sembra spegnersi la speranza di vedere la Russia, dopo secoli d’imperialismo e regime, avviare un processo democratico. Di certo, però, è rafforzata in noi la convinzione che la sua eredità non sarà dispersa.