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I GIOVANI DEMOCRATICI MANIFESTANO CONTRO L'AUTONOMIA DIFERENZIATA DAVANTI LA SEDE NAZIONALE DEL PD CARTELLI STOP AL COMMISARIAMENTO

Dalla fine dell’epoca ideologica della politica, che potremmo sommariamente far risalire alla caduta del Muro di Berlino e dell’Unione Sovietica, ci si interroga sulla funzione dei movimenti giovanili nei partiti e nella società.

C’è stato un tempo in cui i ragazzi e le ragazze impegnati nella militanza sono stati, loro malgrado, carne da cannone, immolata sull’altare degli “opposti estremismi”, poi sono arrivati gli anni del riflusso, caratterizzati dal disimpegno politico, in cui erano, e per molti aspetti sono, gli ambiti del volontariato e del terzo settore quelli a cui le nuove generazioni tendevano.

Oggi che i partiti hanno perso quasi totalmente la presa sociale, è inevitabile che anche le strutture giovanili siano esposte allo sradicamento, degradando in una specie di propagine ornamentale delle narrazioni altrui. Da qui nasce financo la provocazione di chi ne evoca lo scioglimento, causa inutilità. Una provocazione non priva di fondamento, se la visione della militanza giovanile è limitata alla ruota di scorta dei grandi, buona da utilizare come massa critica nei giochi di potere interni, ma accuratamente sterilizzata di ogni vocazione di autonomia e critica.

La storia tuttavia ci dice che esiste una risposta diversa a tutto questo. Partendo dall’analisi della principale, se non unica, unità di misura su cui giudicare la salute dei giovanili: ossia la capacità di costruire classi dirigenti per la loro nazione, prima che per la loro fazione.

Qui iniziano le differenze tra la destra e la sinistra, giovanili e non. La crisi di leadership della sinistra odierna infatti è da ricercare nella rottura tra partiti di riferimento e mondo giovanile. Mentre a destra, indipendentemente dai cicli politici, durante tutto il dopoguerra, tutti i più significativi leader si sono formati nelle organizzazioni giovanili, nel centrosinistra l’ascensore sociale ha smesso di funzionare da tempo, e la ricerca di una personalità capace di interpretare quel mondo è diventata talmente ossessiva da fargli perdere la bussola.

Su Giorgio Almirante, Gianfranco Fini e Giorgia Meloni si possono avere i giudizi più vari, ma è innegabile come tutti e tre siano stati alla testa della giovane destra, tutti e tre abbiano guidato e segnato intere stagioni della politica, nel loro campo e per molti aspetti in quello nazionale . Volendo fare un parallelismo a sinistra dovremmo risalire ad Achille Occhetto, ultimo Segretario del PCI. Tormentatissime le vicende di Walter Veltroni e Massimo D’Alema, gli ultimi segretari della FIGC, che se pur arrivati a sedere ai piani alti delle Botteghe Oscure e del Nazzareno, non sono mai riusciti a farsi sintesi di ciò che dicevano di rappresentare. Per il resto nessuno dei segretari dem è arrivato dalle fila dei movimenti giovanili.

Concludendo il nostro ragionamento: ad essere in crisi non sono i movimenti giovanili, ma i partiti incapaci di rigenerarsi attraverso di essi. I movimenti giovanili sono il luogo in cui una cultura politica getta i semi delle sue evoluzioni, del suo adeguamento, del rapporto con la modernità. Questo ha permesso alla destra italiana di sopravvivere alle circostanze più avverse, questa è una delle cause della crisi di identità della sinistra. Non è un caso se Giorgia Meloni ha iniziato la sua cavalcata fondando un partito dell’1,9%, mentre Elly Schlein ha ereditato un Pd al 19% che non riesce ne a governare ne ad interpretare, da cui ben presto sarà disarcionata come tutti i suoi predecessori.