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Travolto dagli scandali e con il Paese nuovamente in recessione, dopo il calo del PIL per due trimestri consecutivi, Il partito di governo Liberal democratico giapponese vive oggi la sua “ora più buia”.

Un percorso cominciato con il decennio perduto, quando le ombre di Shōkō Asahara avvolsero la metropolitana di Tokyo in un tragico attentato.
Un evento che in connubio alla stagnazione economica post anni ‘80 piegarono una crescita postbellica inarrestabile, capace di proiettare il Giappone tra i giganti del G7.


Dopo la morte di Shinzo Abe, il Partito Liberal Democratico del nuovo leader e Premier Kishida ha faticato a trovare stabilità, a causa di lotte intestine tra correnti ed il complesso scenario geopolitico del Pacifico.


Gli scandali della presunta corruzione della corrente Seiwakai che fa capo proprio al compianto ex Primo Ministro Abe hanno tramortito un esecutivo già debole e che, secondo i sondaggi dei principali media e quotidiani nipponici, vede il proprio consenso ridotto al 18%. Abe aveva avuto il merito di essere un premier divisivo, ma un saldo timoniere nelle sfide interne e internazionali del suo Giappone, che aveva riportato al centro dello scacchiere.
Kishida, nazionalista ben più moderato ne ha raccolto un’eredità pesante dopo la breve parentesi di Yoshihide Suga.


In Giappone si vota nel 2025 ed il Paese, fatta eccezione di alcune brevi parentesi, ha sempre visto dominante la componente nazionalista del PLD Jiyū-Minshutō.
Una sconfitta del principale partito di governo potrebbe avvantaggiare la formazione progressista e socialista di Kenta Izumi (il Rikken-minshutō) o spalancare le porte ad eventuali spinte centrifughe e radicali, Nippon Kaigi in primis.
Il Giappone ha sempre consacrato la propria storia ai valori ed alle tradizioni e si è spesso dimostrato ermetico ai temi del mainstream progressista.
Una caduta di Kishida potrebbe spingere il principale partito di governo non verso la capitolazione elettorale a favore dei socialisti, ma verso lidi più estremi e di mishimiana memoria.