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MATTEO SALVINI MINISTRO INFRASTRUTTURE

Si è conclusa con 16 contrari, 4 favorevoli, 1 astenuto ed un non partecipante al voto, la sfida consumatasi attorno all’emendamento al Decreto Elezioni, presentato dalla Lega in Commissione Affari Costituzionali del Senato, avente lo scopo di introdurre il terzo mandato per i Presidenti di Regione.

Hanno espresso contrarietà i gruppi di Fratelli d’Italia, Forza Italia, Noi Moderati, Partito Democratico, Movimento Cinque Stelle, Verdi e Sinistra. Hanno votato si la Lega e Italia Viva, si è astenuta Azione, non ha partecipato al voto la SVP, mentre il Governo non ha dato parere, rimettendosi all’aula.

Sin qui la fredda cronaca, da cui tuttavia possiamo trarre qualche indicazione politica. In mattinata con il ritiro dell’altro emendamento leghista sul terzo mandato per i sindaci delle grandi città, sul quale il Governo aveva espresso parere contrario, si capiva che per la maggioranza si andava consumando un passaggio meno doloroso del previsto, con la Lega che non rinunciava ad un voto simbolico sui governatori, sterilizzando eventuali fibrillazioni su Palazzo Chigi.

Una piccola faglia nei giochi parlamentari su cui il Pd non ha avuto il coraggio di incunearsi, dilaniato dalla spaccatura tra segreteria e amministratori locali. Il Nazzareno infatti poteva fare proprio l’emendamento leghista sui sindaci, ponendolo in votazione, ma la scelta di farlo cadere suona come uno schiaffo in pieno viso per il Presidente dell’ANCI Antonio Decaro, tra i principali supporter delle sindacature sine die. Un niet altrettanto forte Elly Schlein lo ha recapitato al neo movimentista Vincenzo De Luca ed agli altri inquieti governatori dem, rinunciando a qualsiasi avventuroso gioco di sponda con Salvini.

Chi non ci ha rinunciato, invece, è stato l’altro Matteo (Renzi) che, per mano della Senatrice Musolino, appena convertita dal sicilianismo dell’altro De Luca (Cateno), ha schierato Italia Viva sulla trincea delle “governature”.

Pienamente a suo agio nei panni del Gambardella della politica, non riuscendo più a costruire un progetto politico proprio, dovendosi limitare a provare di far fallire quelli degli altri, il fiorentino coltiva la speranza che alla Lega un giorno saltino i nervi, rompa l’alleanza di centrodestra, andando da sola alle regionali venete del prossimo anno, permettendo così al suo centro di aprire un altro forno, un “fornetto”, alternativo a quello del centrosinistra a cui è legato e con cui ad oggi ha scarsissima forza contrattuale.