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CAROLINA ORLANDI FIGLIA DI DAVID ROSSI, MASSIMO GILETTI

È la notte del 6 marzo 2013 quando viene rinvenuto a Siena, innanzi alla sede della banca Monte dei Paschi, il corpo del manager David Rossi. Un misterioso caso di cronaca nera, e dai tratti inquietanti, rimasto insoluto e il cui tempo di irrisolutezza ne amplifica il mistero che si infittisce quando nel complesso vortice delle indagini convergono il mondo delle banche e della finanza, il mondo della politica, della magistratura, quello della massoneria, della prostituzione e della mafia internazionale.

Dopo sei anni, una prima confessione significativa: “Ho ucciso io David Rossi”. È così che esordisce Giandavide De Pau nel maggio 2019 a seguito di un colloquio con due agenti nel carcere di Regina Coeli. Noto alla cronaca nazionale come “il killer delle prostitute” che turbò la città di Roma nel successivo novembre 2022, De Pau si autoaccusa di questo ‘importante’ delitto aprendo l’investigazione a piste ancor più intricate. Per quanto non possa essere ignorato il disturbo mentale di cui è affetto, tale da non rendere decisamente attendibili le sue esternazioni, è allo stesso tempo opportuno dover considerare, come fatto rilevante, il suo innegabile legame con uno dei più potenti boss della camorra, Michele Senese, da tempo operante anche sul territorio capitolino, in compagnia del quale si è potuto scorgere proprio nei giorni antecedenti la morte di David. Nota di degno interesse cui porre attenzione è, inoltre, l’ambiguo rapporto di Senese con la ‘ndrangheta, percorso indicato dalla comparsa di oscuri imprenditori calabresi, puta caso correntisti Mps, in affari loschi presso Mantova e tra la Calabria, il Lazio e la Toscana.

Ma perché la famiglia di David Rossi non era al corrente di tutto questo? Per quale motivo non è stata informata delle parole di De Pau? Perché viene a conoscenza solo 5 anni più tardi di una confessione così sconvolgente, seppur tutta da appurare? È infatti il 21 febbraio 2024 quando Carmelo Miceli, l’avvocato che assiste la famiglia Rossi, afferma a tal riguardo di esserne “venuti a conoscenza non più tardi di 48 ore fa” e aggiunge: “Noi riteniamo doveroso fare degli accertamenti del caso, capire perché e fare le nostre valutazioni”. Ai giornalisti risponde di voler aspettare, confidando in una nuova commissione parlamentare d’inchiesta, sorpreso però di come l’autoaccusa del killer, mai comunicatagli, pur se a modello 45, risalisse ad un tempo antecedente i lavori della commissione.

Risolvere il caso “David Rossi” non significherebbe soltanto fare chiarezza, rendere giustizia o sciogliere un enigma; sarebbe vincere una sfida, vincere contro i poteri forti, quelli che contano davvero. È proprio questa la frizione che impedisce il proseguo delle indagini propinando un opportuno e largamente condiviso insabbiamento. Troppi poteri coinvolti, troppi nomi invischiati, troppi interessi scomodati.

Ma come si può continuare ostinatamente a far passare per “suicidio”, e archiviare inspiegabilmente come tale, una morte che, in onesta evidenza, tutto può essere tranne che un suicidio? Ci sono molti interrogativi senza risposta ma anche molti dettagli che porterebbero ad escludere il suicidio tanto acclamato: dalle incongruenze tra l’ipotesi suicidaria che vedrebbe un soggetto nell’atto del lancio dalla finestra cadere in una certa posizione rispetto alla effettiva postura del corpo rinvenuto; dai segni sul corpo (sul polso e torace) che alluderebbero più ad uno scontro fisico, una colluttazione in cui David potrebbe aver tentato di difendersi da un aggressore o più, al volo di un oggetto dalla stessa finestra intercettato da una telecamera di sorveglianza avvenuto circa mezzora dopo; oggetto individuato presumibilmente nell’orologio da polso che il manager non era solito togliere e che portava l’ora ferma esattamente corrispondente a quella rilevata dalla telecamera.

Una strana morte che si fa più ingarbugliata quando si apre alla pista dei festini gay, legati anche alla prostituzione, ove non pochi politici e magistrati ne verrebbero compromessi, fino alla scena di un crimine internazionale che vedrebbe connessi, ai vertici di un triangolo, la ‘ndrangheta, la finanza e addirittura la mafia nigeriana implicata – dice qualcuno – nel mercato nero delle escort. In questi termini non può non far riflettere il collegamento con la scelta delle vittime – tre escort per l’appunto – nel triplice omicidio di De Pau, per quanto possa considerarsi isolato rispetto al caso Rossi.

Come dimenticare, inoltre, quella famosa intercettazione captata dai pm tra il Presidente Mps Mussari e il catanzarese Pittelli, ex parlamentare e massone, condannato per associazione mafiosa? “Se riaprono l’indagine sulla morte di Rossi succederà un casino grosso. L’hanno ammazzato. Non si è suicidato! Rossi è stato ucciso. Se si scopre chi è stato succede il finimondo”. Come direbbe Agatha Christie “un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, tre indizi sono una prova”. E qui di indizi, che quantomeno possano escluderne il suicidio, ce ne sono tanti.