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Manganellare è giusto? La domanda non è posta nel verso corretto, perché ciò che conta non è l’epilogo, ma l’episodio che lo ha generato, dunque una manifestazione illegale, non autorizzata e sopratutto – cosa che si tende sempre a dimenticare – in cui si è tentato di sfondare un cordone delle Forze dell’Ordine. Elemento che pone la protesta già al di là della semplice manifestazione democratica e pacifica, in quanto alla prima illegalità si è dato seguito con una seconda illegalità.

Non è una questione di tifo da stadio, è una questione di rispetto verso l’autorità e verso quelle Forze dell’Ordine che garantiscono che la sopraffazione e la violenza prendano il sopravvento. In un paese normale e, come spesso ci ritroviamo a commentare, il nostro non lo è, tutti, sopratutto le forze politiche si unirebbero in coro a sostegno delle Forze di Polizia, lodandone l’alto senso di responsabilità e le continue angherie cui sono sottoposte dai cosiddetti “pacifici manifestanti” che sono pacifici un attimo prima di estrarre dallo zaino la spranga, calarsi il passamontagna e dare il via all’assalto, salvo poi, una volta respinti e colpiti dalle forze di polizia, assumere la maschera delle vittime, con le lacrime agli occhi e il volto sconvolto dallo spavento.

Una recita, quella sopra descritta, che serve ad avvalorare la vulgata delle “forze dell’ordine fasciste” , demonizzarle e dare il via al coro che parla di “governo autoritario”. Anche in questo caso tutte facezie che non dovrebbero suscitare alcun interesse, ma solo lo sdegno all’unisono di tutti verso – diciamolo chiaramente – questi fiancheggiatori di Hamas. Le manifestazioni pro-Palestina sono un toccasana per la propaganda del regime che dal 2005 ad oggi ha governato la striscia e utilizzato tutti i fondi diretti alla popolazione per finanziare la costruzione dei tunnel, e dei razzi utilizzati per colpire Israele. Tutto ciò è avvenuto con la complicità di funzionari ONU, e con il silenzio assenso di molti, troppi, dei cosiddetti “addetti umanitari”. Ma di questo non si parla, su questo non si manifesta, forse perché la metà di quelli che manifestano non sanno neanche il perché, divenendo la massa di manovra dei soliti eterni sessantottini che non perdono occasione per inscenare l’eterno anno della degenerazione politica e morale nel nostro paese.

Purtroppo noi non abbiamo avuto un De Gaulle che alzasse il telefono e chiamasse il Ministro dell’Interno dicendo in maniera netta “la ricreazione è finita”. E oggi ne paghiamo le conseguenze. Perché il ‘68 italiano non è mai finito e ancora in corso. Lo vediamo in queste ore, lo percepiamo nella sequela di titoli scandalosi che vengono lanciati contro le Forze dell’Ordine, lo ascoltiamo dalle parole che molti opinionisti, politici e commentatori pronunciano alla ricerca del consenso. Le stesse lacrime di Vecchioni sono l’immagine palese della volontà di narrare una visione immaginaria del nostro paese, in cui non vi è e non vi è mai stata traccia nella storia repubblicana di alcuna forma di autoritarismo. Al contrario si è spesso consentito a molti di abusare di diritti e libertà, provocando qui spesso un radicale sbilanciamento di quel precario equilibrio fra diritti e doveri, la base fondante di un regime democratico e plurale. La capacità della sinistra di esercitare una distorsione dei fatti è la dimostrazione plastica del loro dominio culturale ancora persistente attraverso l’abile utilizzo dei loro mezzi di comunicazione, che pone sempre l’accento del racconto non sulle responsabilità evidenti dei manifestanti, ma puntando il dito contro le Forze dell’Ordine.

L’obiettivo è chiaro: creare la percezione dell’emergere nel nostro paese di un fantomatico quanto inverosimile autoritarismo che esiste solo nella mente della sinistra politica, convinta di conquistare consenso aleggiando lo spettro del fascismo. Una strada che in quanto illusoria si è rivelata già estremamente aspra per la sinistra. Per questo rivedere, seppur in forma attualizzata, le stesse teorie che giustificarono le devastazioni sessantottine tanto materiali che morali, rende necessaria una vera riflessione, perché, per quanto si possa voler cavalcare l’onda politica, è impossibile far pensare che un paese in cui hanno avuto luogo più di mille manifestazioni si possa ritenere autoritario.