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MATTEO PIANTEDOSI MINISTRO DELL INTERNO

Robert Dahl, nel suo “A Preface to Democratic Theory” (1956), sviluppava il concetto di “poliarchia”. Un termine che si distacca dall’ideale della democrazia, che nessuno stato ha mai raggiunto, ma che è il prototipo ideale più vicino alla democrazia. Ecco perché il termine diventa un concetto analiticamente misurabile e più reale, che Dahl chiama “poliarchia”.

Ora, come si misura questa versione più reale della democrazia? Dahl elencava nel 1956 e poi nel 1989, in “Democracy and Its Critics”, molte caratteristiche importanti quali la libertà di stampa o di associazione, il peso del voto singolo, lo stato di diritto, ecc. Tuttavia, apparve a Dahl che bisognava identificare due importanti macro-caratteristiche cha aiutassero a distinguere meglio le poliarchie dal resto. Lui pensò alla
partecipazione popolare e all’opposizione. La partecipazione popolare effettivamente si organizza, con i propri mezzi e secondo i propri obiettivi, e determina la vita politica di una comunità. Ne costituisce l’essenza stessa.

Ma, perché l’opposizione? Sicuramente l’assenza di una vera opposizione comporterebbe una “dittatura” della maggioranza. Cioè, un superpotere in mano alla maggioranza, senza contrappesi. L’opposizione ha un compito centrale: quello di garantire l’equilibrio, e di chiedere conto al governo di certe misure e politiche. Purtroppo, però, spesso questo non è il caso. Alle volte, l’opposizione fa marketing. Gli piace fare pubblicità, qualche bel post sui social, delle foto carine, degli slogan di effetto.

E poi? Qui si riduce l’azione dell’opposizione. Viene in mente un esempio recente. Le rivolte di Pisa e Firenze. La sinistra urla al rischio democratico. Si spaventa che la democrazia italiana sia depauperata dai circoli del governo, che con la loro forza sopprimono la voce dei giovani. Ma quanto di questo è vero? A parte i dati, che ci mostrano che pochissime manifestazioni riscontrano problemi di questo tipo, è importante segnalare che la repressione o la soppressione dell’ordine democratico non è ad opera della polizia (peraltro indagata dai Carabinieri), bensì è ad opera di chi violenta gli spazi pubblici, aggredendo, distruggendo e depredando.

Rispetto alla questione dell’autorizzazione. Moltissime manifestazioni (anche violente) accadono senza preavviso. È vero che l’art. 17 della Costituzione non richiede preavviso per “riunioni, anche in luogo aperto al pubblico”, ma le richiede per “riunioni in luogo pubblico”. Ma, a prescindere, la polizia molto spesso gestisce manifestazioni rischiose senza alcun preavviso. Nei sistemi democratici (è bene che qualcuno lo ricordi) vi è sempre, o quasi, un bilanciamento dell’interesse collettivo, o di gruppo, con quello del singolo, o della restante fetta della popolazione. Ergo, la polizia era presente per tutelare sia la libertà di manifestazione (seppur non autorizzata, ma ci siamo abituati), ma anche per proteggere la restante parte dei pisani o dei fiorentini che non erano d’accordo con i motivi della protesta. Erano li per
proteggere i beni pubblici. Erano li per proteggere la stabilità di un sistema. Un sistema che crollerebbe se non fosse per l’autorità pubblica.

Ma ritornando all’opposizione. Cosa hanno fatto? Ha attaccato la Meloni e Piantedosi, citando (malamente, tra l’altro) Mattarella, e sventolando qualche slogan per credersi democratici. Sarebbe ottima cosa se potessero spiegare a taluni dimostranti che la democrazia non si difende incendiando, minacciando, tirando pietre, o urlando le peggio cose, ma in altro modo. Si difende studiando, leggendo, rispettando le forze dell’ordine. Si difende anche criticando l’operato del governo, ci mancherebbe. È per questo che un’opposizione debole istituzionalizza malamente il conflitto tra la maggioranza e la minoranza, rendendo il complesso meccanismo della rappresentanza superficiale e aleatorio.