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MATTEO RENZI POLITICO CARLO CALENDA POLITICO

Cosa sarebe la cronaca politica senza la coppia Renzi Calenda? Forse un po’ più seria, certamente meno divertente. Le scenette offerteci dai due protagonisti del terzo polo mai nato però, potrebbero essere ai titoli di coda. Si, perché le elezioni sarde hanno dato una sola sentenza definitiva: la fine di ogni velleità centrista.

Che le cose non andassero a gonfie vele lo si poteva capire anche dal convegno promosso lo scorso fine settimana da Emma Bonino, al grido di Stati Uniti d’Europa, i due galletti se le sono date di santa ragione.

Mentre un serioso Calenda squadernava il risico narrando di armi e tattiche militari in collegamento da Kiev, sfuggendo così  all’invito di un eccitatissimo Alessandro Cecchi Paone in versione Amadeus, che gli voleva strappare un si alla disponibilità a costruire una lista insieme a Più Europa, Italia Viva, Lib-Dem, Partito Socialista e sigle varie della galassia terzista, Renzi non ha perso l’occasione e, imbracciato il microfono ha iniziato a tirare fendenti all’ex alleato senza pietà, dandogli, senza mai nominarlo, del “giustizialista, paragrillino, non adatto alla storia dei liberaldemocratici”.

Alla fine dell’happening anche i più ottimisti hanno capito che alla conquista del 4% ci dovranno andare ognuno per se, con la reale possibilità che nessuno ci riesca.

A convincere anche gli ultimi “giapponesi” ci hanno pensato gli elettori sardi mettendo la pietra tombale al progetto del centro alternativo al bipolarismo. A darne il triste annuncio è stato lo stesso Calenda, che dopo la batosta presa da Renato Soru e l’umiliante 1% riscosso da Azione, mimetizzata dentro l’ennesima lista civica, ha gettato la spugna, o la maschera, fate voi, dichiarando che si: “mai più soli”, aggiungendo che sarà “impossibile non parlare con Conte”. Sipario.

Nel frattempo vi chiederete che fine abbia fatto il Matteo furbo. Fenomenale nel trasformare le campagne elettorali in tour promozionali per i suoi libri, negli ultimi anni ha sviluppato una sensibilità straordinaria nell’eclissarsi dalla scena ogni volta si celebrino delle elezioni. Vedi mai che a qualche giornalista gli venisse pensato di domandargli dove si collochi di preciso Italia Viva nella contesa, visto che sulle schede elettorali non ve ne è fisicamente traccia.

Perché insomma, sfoggiare il proprio talento agli eventi è cosa buona, ma per chi fa politica dovrebbe esistere anche il giorno del giudizio, degli elettori. Altrimenti è troppo facile anche per una scintillante Maria Elena Boschi sfoderare tutto il repertorio delle battute più sapide dai salotti tv contro gli sconfitti di turno, senza dovere rispondere dei propri numeri, neppure fossero pensionati che osservano i cantieri.

Magari alle europee un modo per cavarsela i nostri eroi lo troveranno, allungando il brodo, proponendo una delle tante listarelle usa e getta, eleggendo qualcuno grazie ai voti di Mastella, ma il punto resta e resterà. Il centro fine a se stesso non può esistere in politica, così come ogni proposta moderata e riformatrice è incompatibile con la sinistra italiana, se non nel ruolo di vassallo.