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La crisi del settore immobiliare cinese, innescata dalle difficoltà del colosso China Evergrande Group e la necessità di “ripulire” l’immagine del paese agli occhi degli investitori di tutto il mondo, sta spingendo il governo di Pechino ad accogliere con favore i capitali esteri. La crescente classe media del Paese offre delle oggettive interessanti opportunità per gli investitori, però vi è sempre la longa manus del Partito comunista cinese, che impone vincoli e restrizioni a chi vuole investire a Pechino.

Come fare per attrarre nuovi investitori esteri? Darsi una bella tinteggiata di verde e via! Questo è ciò che avranno pensato nel Politburo del PCC: fare un timido (e falso) passo avanti sul fronte della sostenibilità tramite la divulagazione delle linee guida ESG che buona parte delle imprese cinesi sarà chiamata a rispettare. Il pacchetto delle misure adottate verrà applicato alle imprese più grandi in termini di capitalizzazione, circa cinquecento. Per quelle più piccole invece verranno introdotte delle linee guida per forme di rendicontazione su base volontaria. Diventare di facciata ambientalisti, questo è quanto deciso da Pechino.

Il paese, infatti, rimane il principale contribuente alle emissioni globali di CO2, nonostante la leadership cinese si sia espressa chiaramente – ma sappiamo benen con quali obiettivi – sulla volontà di intraprendere un percorso che possa adeguare i suoi standard sulla sostenibilità ambientale a quelli dei paesi occidentali.

Vi è da dire sinceramente però che non è la prima volta che Xi e soci pensino all’impatto ambientale delle aziende sia private che pubbliche. Certo, oltre a un mero monitoraggio da parte delle autorità, Pechino controlla le aziende e le loro emissioni in una maniera tutta sua: le imprese private quotate sui mercati interni sono obbligate ad istituire una cellula di partito (!), che tra le sue funzioni ha la possibilità di vagliare tutte le operazioni commerciali e di incidere nel processo decisionale dell’azienda stessa.

Riguardo agli aspetti sociali di questo pacchetto di misure, non bisogna dimenticare la persecuzione di cui sono oggetto gli Uiguri, costretti a lavorare nelle fabbriche dello Xinjiang. Stati Uniti ed Unione Europea hanno vietato l’importazione di beni prodotti in quella regione sulla base del lavoro forzato a cui viene sottoposta una parte della popolazione.

La Cina non è l’unico paese in cui le aziende debbono operare in un quadro di limitazioni delle libertà personali ed abusi dei diritti umani ma di certo si distingue per il tirannico coinvolgimento del governo nelle aziende.