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Sosteneva con una certa saggezza il Presidente John Fitzgerald Kennedy citando John Keats che “la vittoria ha moltissimi padri, la sconfitta è orfana”, cogliendo pienamente una certa sempiterna inclinazione dell’essere umano. Ora all’indomani di un risultato elettorale negativo – il primo dal 2020 – per il centrodestra occorre fare un’attenta riflessione politica per comprendere pienamente le ragioni di una sconfitta che è il frutto politico di una summa di errori puerili che hanno dimostrato la difficoltà di una certa politica di comprendere pienamente le istanze e il sentimento e persino l’orgoglio dei territori. Infatti questa sconfitta non ha un responsabile identificabile in una figura. Sbaglieremmo eventualmente a pensare che dall’eventuale rimpallo di responsabilità si troverebbe un giovamento, al contrario rischierebbe di essere l’ennesimo errore politico e comunicativo.

La forza del centrodestra è sempre stata la compattezza, l’unità di intenti e di programmi che, sebbene alla luce di sfumature diverse, è sempre stata sintetizzabile in una proposta politica concreta e gradita prima al proprio elettorato e poi agli indipendenti, che rappresentano poi l’elettorato decisivo. 

Questa volta invece sono stati commessi una serie di errori gravissimi che hanno messo alla luce una verità che non è nuova, ma che ha spesso beneficiato di un particolare concatenarsi di fattori che ha prodotto risultati positivi e dunque posposto ogni tipo di discussione. Il metodo di selezione sui territori e non solo. Spesso infatti le sconfitte del centrodestra, (vedasi le amministrative Milano e Roma) sono state il frutto di candidature sbagliate, poco carismatiche, lontane dalle istanze dell’elettorato di centrodestra e di quello indipendente più in generale. Candidature calate dall’alto e non accettate dai territori, frutto non di una scelta politica condivisa ma di una redistribuzione della propria fetta d’Italia. 

Un bottino politico romano, che non potrà mai essere compreso, ma che anzi, più che altro, verrà sempre frainteso in terre dal forte orgoglio di appartenenza . Quello che è avvenuto in Sardegna è stato il profilarsi dell’ennesimo copione fatto di errori, superficialità, e poco ascolto, con l’idea che l’elettorato di centrodestra alla fine accetti la qualsiasi. 

Non è così, e i 5.000 voti che gli elettori di centrodestra hanno fatto mancare sono stati la prova provata di un metodo fallimentare. I candidati per vincere non posso piovere dall’alto ma devono essere scelti, indicati, voluti dalla gente e non imposti quale clausola di un contratto nazionale da mutare in base ai sondaggi nazionali e agli equilibri parlamentari. Altro elemento bocciato nelle urne. 

L’elettore di centrodestra vuole scegliere, vuole vedere in sella figure capaci di incarnare una causa, di essere simbolo di un riscatto politico, artefici e guide di terre orgogliose e fiere della propria storia. Non si può schiacciare la storia e neppure sopire gli auspici naturali del proprio elettorato di riferimento. 

In Sardegna si è sbagliato tutto, ed è per questo che più che di una sconfitta è il caso di parlare di un vero e proprio suicidio politico che ha permesso al cosiddetto “ campo largo “ – che poi è una vera accozzaglia – di conseguire una vittoria elettorale di misura. 

Il centro destra deve farne tesoro e reagire, provando a superare una certa chiusura politica e aprendosi alla voci profonde, critiche che chiedono una selezione corretta e trasparente dei candidati. Cercando se possibile di non trasferire le discussioni politiche sulla bocca dei media e sui giornali, in uno stile che non è quello del centrodestra. Come è stato per la telenovela sulla sostituzione – giusta – di Solinas, che al di là di ogni cosa ha portato alla scelta di un candidato che si è piazzato terzultimo nella classifica come gradimento dei sindaci  nelle proprie città fatte dal Sole 24 ore . Terzultimo come ha dimostrato anche la batosta presa a Cagliari nella sua. Si è fatto così percepire non l’interesse verso i sardi e la Sardegna ma verso una redistribuzione politica delle candidature, cosa che ha posto un solco con gli elettori che è costato la vittoria. I territori vogliono che si parli di territorio e non che si trasferisca per un mese il dibattito politico nazionale sulla loro pelle.

È arrivato forse il memorò di rompere alcuni tabù primarie comprese. Non si può continuare con la logica del “tocca noi, tocca a voi. E gli esiti lo vediamo tutto. Forse è arrivato anche il momento di rompere i tabù come le primarie, l’apertura alle figure che vengono da mondi complementari ma diversi, tutte cose che avrebbero permesso di scrivere una storia esternamente diversa.