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A fronte di un maggiore disimpegno della famiglia Elkann negli stabilimenti produttivi italiani, il governo Meloni deve correre ai ripari. Non è un caso, quindi, che in questi giorni si stia sempre più intensamente parlando di un possibile approdo in Italia del gigante automobilistico cinese Byd, un colosso nella produzione di veicoli elettrici, in grado di incutere paura perfino a Tesla.

Una questione non semplice per Roma: si è di fronte a un caso politico che al suo interno racchiude interessi nazionali, scontri regionali (Italia-Francia), conseguenze delle politiche green comunitarie e scontri globali (UE-Cina). Il fatto che Stellantis (proprietario del gruppo FIAT) stia mollando, forse definitivamente, la produzione italiana è ormai un dato di fatto. Non è escluso neppure che ciò stia avvenendo per il possedimento dello stato francese di una parte del capitale, che consente a Parigi di implementare decisioni non in linea con l’interesse strategico italiano. Tale crisi degli stabilimenti produttivi italiani, con i lavoratori in cassa d’integrazione in aumento, rischia di propagarsi nell’indotto automobilistico, facendo crescere la paura de-industrializzazione. Questo Palazzo Chigi lo sa bene e cerca soluzioni alla non curanza di Stellantis per l’economia italiana, cercando di ottenere investimenti esteri per risollevare il settore in crisi, dal momento che un riacquisto dello stato di quote Stellantis non è di certo una grande mossa.

Immersa nella sua post-storicità, intrisa di economicismo e con una catena del valore sempre più globale, Roma negli ultimi decenni aveva sottovalutato l’importanza strategica del automotive. Finita la stagione del controllo statale, la Fiat passò in mano a privati, vedendo un aumento dei capitali stranieri a discapito del controllo statale italiano, ridotto drasticamente con tutte le conseguenze geoeconomiche del caso. Difatti attualmente è proprio il governo francese ad avere un ruolo decisionale maggiore in Stellantis.

Non siamo di certo qui a prescrivere una ricetta economica datata e sconfitta dalla storia con la disintegrazione dell’URSS, ovvero il controllo statale di un intero settore economico, tutt’al più per il fatto che nell’attuale scenario globale sarebbe impossibile. Ma gli investimenti stranieri di attori possibilmente non rivali e appartenenti al medesimo schieramento geopolitico, devono essere accompagnati da una partecipazione statale sufficiente a mitigare gli effetti di congiunture economiche non semplici, come quella che sta vivendo da diversi anni l’automotive a causa della transizione ecologica di “brusseliana” memoria. Già è difficile declinare in chiave nazionale la transizione verde per il settore automobilistico per paesi come Francia e Germania che in questi anni non hanno mai lasciato il controllo completo delle loro aziende automobilistiche a fondi esteri, dove nel caso tedesco tale segmento rimane un caposaldo della politica estera, si veda il caso Volkswagen. Figuratevi per Roma, data la mancanza di quote consistenti attualmente nella sua ex partecipata.

Dopo la lezione imparata con l’ingresso in Stellantis di Parigi, Roma deve porre molta attenzione nel consentire investimenti cinesi nel comparto. Sono passati pochi mesi da quando Roma ha ufficialmente non rinnovato la Belt and Road Initiative cinese, creata da Pechino per penetrare in maniera predatoria nei settori economici strategici del vecchio continente. Tale azione oltre che essere premiata da Washington, aveva dimostrato a tutto il mondo come l’Italia fosse maturata e dunque conscia della propria posizione nello scacchiere internazionale. Dunque, un’apertura al colosso cinese si tratterebbe in una decisione che potrebbe minare la credibilità italiana nell’occidente.

Basti pensare come paradossalmente è la stessa Unione europea a scoraggiare investimenti provenienti dalla Cina in settori nazionali strategici. La stessa Presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen, ha affermato che “il partito comunista cinese possiede un chiaro obbiettivo di rimodulare le relazioni globali con una Cina al centro”. Per di più sotto la sua guida, la Commissione ha lanciato la strategia del de-risking dalla Cina, ovvero gli stati membri sono stati avvisati di dotarsi di uno sguardo critico su eventuali dipendenze da investimenti cinesi, specialmente in settori chiave e ad alto contenuto tecnologico. Non è si trattato di una strategia volta al de-coupling, come volevano gli americani, ovvero
all’interruzione di ogni legame economico con Pechino, ma non bisogna sottovalutare il monito dell’UE.

Questa volta, come raramente accade, Bruxelles ha fornito agli stati europei un chiaro segnale di pericolo sulle azioni intraprese dalla Cina in politica economica estera: “L’obbiettivo della Cina è rendere il mondo dipendente dalla Cina e la Cina non dipendente dal mondo”. Per tali ragioni la Meloni e i suoi Ministri devono riflettere saggiamente prima di acconsentire l’arrivo di soldi cinesi nella penisola.