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La storia dell’Italia unita è molto diversa rispetto a quella delle altre grandi nazioni europee. Politicamente l’Italia unita ha una storia abbastanza recente, non ha mai avuto un grande impero coloniale come gli inglesi e i francesi, non è mai stata una potenza militare come la Germania e non ha mai potuto contare su una grande quantità di risorse e di uomini come la Russia. Nonostante tutto, questa storia, che qualcuno potrebbe erroneamente definire modesta o marginale, è stata condotta da grandi uomini, da eroi immortali che hanno scritto straordinarie pagine di coraggio e cavalleria, che hanno immaginato una Nazione forte, libera e rispettata, lontana dall’italietta che in molti hanno raccontato e raccontano ancora oggi. La storia di Amedeo di Savoia, III Duca d’Aosta, che moriva il 3 marzo del 1942 mentre era prigioniero degli inglesi, è una di queste. 

Un uomo straordinario, che ha vissuto una vita tanto breve quanto ricca di straordinari eventi ed esperienze che hanno contribuito a forgiarne la tempra e a caratterizzare il mito che ha sempre aleggiato attorno alla sua figura. All’età di sedici anni partì volontario per la prima guerra mondiale, quando il padre Emanuele Filiberto lo presentò al generale Carlo Petitti di Roreto con due parole: “niente privilegi”. Terminata la guerra andò a lavorare come operaio nel Congo belga, e poi in Libia, dove comandò come ufficiale i Meharisti, corpi di truppe coloniali cammellate, parlando in arabo con i nativi e condividendo con loro le fatiche della vita da campo. Fu anche un grande pilota che si distinse in ardite azioni in volo sulla Cirenaica che gli fecero guadagnare una medaglia d’argento al valore militare. Con il suo aereo, inoltre, adorava portare a volare la madre Elena d’Orleans. 

In seguito alla guerra d’Abissinia divenne governatore generale dell’Africa Orientale, ebbe sempre un grande rispetto per i nativi e lavorò per favorire l’integrazione tra questi e i coloni italiani, e si distinse nella costruzione di opere pubbliche che cambiarono il volto della nuova colonia. Fu Haile Selassié, tornato sul trono di Addis Abeba, a ringraziare il Duca d’Aosta per come aveva amministrato la colonia etiope. Contrario all’avvicinamento dell’Italia alla Germania di Hitler, non volle applicare le leggi razziali antiebraiche nell’Africa Orientale, “le leggi razziali presenti in Italia non si estendono nell’Africa Italiana” era solito dire, e si oppose all’ingresso nel secondo conflitto mondiale vista l’impreparazione militare dell’esercito. 

Durante la seconda guerra mondiale, davanti all’avanzata britannica in Africa, Amedeo riparò sull’Amba Alagi, al confine tra Etiopia ed Eritrea, alla testa di 7000 uomini tra italiani e indigeni, dove resistette eroicamente al nemico, forte di 39000 uomini. Le truppe italiane, nonostante l’inferiorità numerica e di mezzi, resistettero con valore ed eroismo agli inglesi per un mese. I soldati di Sua Maestà Britannica, stupiti dal valore dimostrato dai nemici, resero gli onori delle armi ai superstiti e al Duca d’Aosta che, nel consegnarsi al nemico, volle salutare il picchetto d’onore e la bandiera tricolore che veniva ammainata. In seguito venne trasferito in Kenya; durante il volo gli inglesi gli consentirono di pilotare per alcuni istanti l’apparecchio che lo avrebbe trasportato nel luogo della sua prigionia. 

Durante la sua prigionia, forte del rispetto che godeva presso gli inglesi, si interessò delle condizioni dei prigionieri militari e per il rimpatrio dei civili in Italia, e ricevette anche alti ufficiali politici e militari britannici. Nel novembre del 1941 fu colpito da una terribile febbre malarica che in poco tempo consumò le sue condizioni di salute. Gli inglesi, che per ragioni politiche avevano interesse a garantire la sopravvivenza del Duca, fecero arrivare dalla Svizzera una medicina sperimentale, probabilmente penicillina, da somministrargli. Amedeo chiese se quel farmaco fosse a disposizione anche degli altri prigionieri e, appresa la risposta, ruppe la fiala rifiutandosi di ricevere un trattamento privilegiato. 

 Il comando britannico, esaudì il suo ultimo desiderio di visitare i prigionieri italiani che salutarono commossi il loro comandante mentre si avviava sulla via del tramonto. Prima di morire dettò al suo intendente il suo testamento spirituale destinato ai suoi soldati: “Giunga il mio ultimo saluto ai miei soldati di terra, di mare e del cielo, compagni d’armi di tante campagne d’Italia e di Libia, ai miei camerati di prigionia, a tutti quelli che con indomito valore mi hanno seguito in questa epopea africana. Con il mio addio riconoscente, lascio loro il retaggio di portare il tricolore sulle Ambe dell’Etiopia, ove i nostri morti in attesa montano la guardia”.

Amedeo avrebbe lasciato la vita terrena il 3 marzo del 1942, nell’ospedale militare di Nairobi. La sua morte suscitò un’ondata di commozione in Italia e all’estero, gli ufficiali britannici indossarono il lutto al braccio, mentre i messaggi di cordoglio arrivarono da diverse personalità come il Primo Ministro inglese Winston Churchill e Papa Pio XII; quest’ultimo di lui disse: “Era una bella figura di cristiano, di Principe e di soldato. È morto bene nella sua fede cattolica”. Per sua espressa volontà venne sepolto al sacrario militare italiano di Nyeri, in Kenya, insieme ai suoi commilitoni.