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È stata pubblicata qualche giorno fa la Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza 2023, documento di primissima rilevanza che evidenzia e sottolinea quali sono le principali direttrici lungo le quali corrono le minacce e le “sfide” securitarie che il nostro Paese deve affrontare.

La tensione mondiale è salita fortemente negli ultimi anni ma forse quest’anno – il 2024 – può rappresentare un cambio di rotta. Saranno più di 2 miliardi, in 64 Paesi, le persone che andranno  al voto. È un anno cruciale per le democrazie mondiali, un punto di flesso. Tra tutte, gli USA con le elezioni politiche in autunno. Tra i vari scenari presenti nella relazione 2023 è interessante soffermarsi sui diversi punti in cui protagonista dell’analisi è proprio la Cina, la seconda potenza mondiale che è in corsa per raggiungere e superare gli Stati Uniti. Vi sono alcuni, nel nostro Paese, che presentano il Dragone come modello positivo e alternativo agli USA, che firmano accordi e memorandum, ultimo tra tutti quello sulla Via della Seta. Ciò che emerge dalla relazione 2023, però, non è esattamente così roseo come questi ultimi vorrebbero sostenere.

Negli ultimi anni l’attenzione dell’intelligence per il quadrante asiatico è cresciuta, confermando la Cina quale “oggetto principale di analisi strategica, sia nelle sue dinamiche interne sia nelle sue proiezioni internazionali”, come viene scritto nella relazione. Non è tanto la corsa verso il podio globale a spaventare – in una infografica molto dettagliata emerge, infatti, come molti indicatori confermino una competitività consolidata della Cina su scala globale ma anche come sia presente una forte decelerazione. “Il progressivo rallentamento nei tassi di crescita dell’economia, il basso indice di fertilità e una moneta ancora debole sul piano internazionale prefigurano vincoli all’ulteriore espansione della potenza cinese”, il Dragone, quindi, pare essere ancora lontano dal raggiungere i livelli degli Stati Uniti. A preoccupare e ad attirare l’attenzione dei servizi sono le politiche aggressive di Pechino, in particolare la sua minaccia ibrida. 

Il nostro Paese, in primis per la sua posizione geografica, è minacciato dalle intemperie geopolitiche del mondo e da minacce che assumono sempre più forme nuove. La Repubblica Popolare Cinese, grazie a un ventaglio di leggi nazionali che lo permettono, può fare affidamento su più fronti, persino su elementi della diaspora cinese nell’UE e in Italia. E può contare su una immensa superficie di attacco: le azioni di influenza sono molteplici, ormai anche oltre il parametro DIMEFIL(Diplomacy, Information, Military, Economic, Financial, Intelligence, Lawenforcement) dei poteri, poiché proprio l’innovazione sta rendendo sempre più intricate e più labili queste categorie.

Come? Penso agli Istituti Confucio – apparentemente centri culturali – ma che invece sono la longa manus della propaganda e della censura cinese nel nostro Paese. Luoghi in cui parole come Tibet o Xinjiang non sono pronunciabili, o dove la questione di Hong Kong e Taiwan vengono declinate a “affari interni”. Ma non solo l’interferenza nella cultura, sul fronte economico, i massivi investimenti cinesi nei nostri confini sono anche mosse per raccogliere informazioni di pregio o peresercitare una pressione economica. La Commissione per i trasporti e il turismo del Parlamento europeo ha recentemente commissionato una ricerca approfondita sugli investimenti cinesi nelle infrastrutture europee. Ciò che ne è emerso è allarmante: oltre alla coercizione economica, una vera e propria strategia deliberata di sfruttare a proprio vantaggio le infrastrutture, anche in potenziali scenari di conflitto. Un terzo esempio, infine, non può che non essere la dimensione cyber, mezzo con cui è ormai chiaro la Cina propaghi disinformazione, cercando di orientare, a suo favore,l’opinione pubblica europea.

Mao Zedong affermava “Grande è la confusione sotto il cielo”. C’è qualche “dormiente” che pensa che il Dragone si sia placato. Non è così.