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Nel 1861, dopo gli anni dei moti garibaldini e mazziniani e la complessa azione diplomatica di Camillo Benso Conte di Cavour sorse lo Stato Unitario italiano con una carta flessibile, lo Statuto Albertino.

La Casata Savoia divenne quindi la guida spirituale e politica di una realtà dilaniata da condizioni profondamente eterogenee tra un Nord industrializzato ed un Meridione profondamente arretrato. In una realtà in cui le masse contadine avevano un peso determinante ma erano incapaci di associarsi, il brigantaggio dilagava ed i centri culturali erano localizzati prevalentemente a Settentrione ed i partiti di massa che cominciarono a diffondersi alla fine dell’Ottocento nell’Europa continentale non attecchirono mai in Italia.

Nel Belpaese gli eredi del Padre della Patria Cavour diedero vita alla “Destra storica”. Raggruppamento nato nel 1849 che associava prevalentemente esponenti della nobiltà liberale di Piemonte, Toscana ed Emilia-Romagna, fu l’erede legittimo della Prima Unione Liberale di Giovanni Giolitti ma conservò fino agli albori del XX secolo una connotazione elitaria e fortemente notabilare, inaugurando una fase di repressione del brigantaggio e di disinteresse dalla questione meridionale. L’Unione Liberale nacque invece nel 1913, ed ereditò la tradizione culturale di Cavour, le politiche economiche di Quintino Sella e l’antistatalismo di Minghetti.

Giolitti comprese che l’estensione del suffragio, la nascita dei primi movimenti laburisti ed il ritorno in politica dei cattolici avrebbero potuto erodere fortemente il seguito dei liberali. Gaetano Mosca avrebbe raccontato di quello scenario elitario e complesso pre-partiti di massa come di un mosaico in cui “gli eletti sceglievano gli elettori”.

Con l’avvento di un secolo che avrebbe segnato irrimediabilmente la storia dell’umanità Giolitti commise il fatale errore di “istituzionalizzare” il fascismo con la coalizione del 1921 del “Blocco Nazionale”, con cui Corradini, Giolitti e Mussolini provarono a fermare l’ascesa dei movimenti di massa. L’entrata in parlamento di Mussolini e numerosi tra i suoi alfieri avrebbe spalancato la strada per il potere al fascismo, ritenuto arma strategica contro il comunismo ed il socialismo ma che ben presto finì per egemonizzare e travolgere la classe dirigente del XIX secolo. Con il ventennio il liberalismo fu tra le ideologie che maggiormente marcarono la distanza tra dittature autocratiche e democrazie sul continente, con queste ultime che nella dialettica fascista finirono per diventare vili “plutocrazie”.

Le insegne del Partito Liberale Italiano tornarono autonome nell’estate del 1943, quando
Luigi Einaudi e Benedetto Croce divennero i padri del nuovo corso del liberalismo italiani,
soprattutto dal punto di vista metapolitico. Alveo che accoglieva numerose correnti ideali, il PLI espresse i primi due Presidenti della Repubblica Italiana, De Nicola e Luigi Einaudi, chiudendo di fatto il proprio “debito” dinnanzi alla storia. Il PLI, nonostante un consenso ridotto e fortemente elitario, stava inaugurando una nuova fase di prosperità democratica, dopo avervi idealmente e inconsapevolmente posto fine con le alleanze sbagliate più di vent’anni prima. Nel corso della seconda metà del ‘900, in uno scenario di bipolarismo frammentato, il PLI avrebbe visto sempre di più ridotto il proprio spazio elettorale, limitandosi a cogliere le proprie vittorie elettorali in Piemonte.

Con Tangentopoli si arrese alla caduta della Prima Repubblica, sciogliendosi nel 1994 e dando inizio ad una diaspora che continua ancora oggi. I partiti che fanno riferimento al liberalismo ed al centro moderato sono oggi una pallida imitazione degli statisti che hanno animato la fase notabilare della politica italiana e sembrano conservarne solo i consensi del secondo dopoguerra. Il liberalismo di matrice “italiana”, quello che ha regalato al panorama politico e intellettuale nostrano le riflessioni di Croce, Mosca, Einaudi e De Nicola è un grande paradosso della storia politica del Belpaese.

Fenomeno intellettuale onnipervasivo e spesso richiamato come “slogan” partitico a fronte di una debolezza politica intrinseca, il liberalismo, con le sue luci ed ombre, può essere assimilato ad una celebre massima di Karl Schmitt: “L’essenza del liberalismo è la negoziazione, una cauta mezza misura, nella speranza che la disputa definitiva, la battaglia sanguinosa decisiva, possa trasformarsi in un dibattito parlamentare e permettere che la decisione sia sospesa per sempre in una discussione eterna.”