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In una scuola elementare di Pordenone, si è verificato un episodio che apre alla necessità di un serio dibattito e riflessione, anche nel nostro paese, sulla questione dell’abbigliamento religioso nei contesti educativi. Una bambina di soli 10 anni, di famiglia musulmana di origine africana e nata in Italia, è stata mandata a scuola dai genitori indossando il Niqab, un indumento islamico che copre tutto il corpo ad eccezione degli occhi.

L’usanza di indossare il velo, spesso associato alla religione islamica, ha radici che risalgono in realtà a prima dell’emergere di questa fede. Originariamente quest’usanza era presente nelle culture dei paesi che si affacciavano sul Mar Mediterraneo; il velo era utilizzato dalle donne delle classi sociali più elevate già nell’antica Roma. Questa pratica fu poi adottata anche dalle donne della prima comunità fondata dal profeta Maometto.

Contrariamente a quanto comunemente creduto, il Corano non prescrive esplicitamente alle donne di indossare il velo, ma enfatizza l’importanza per entrambi i sessi di vestirsi in modo decoroso e modesto, mantenendo riservate le parti del corpo considerate sacre. Esistono tutt’al più diverse tipologie di velo, ognuna legata alle tradizioni nazionali e culturali. Tra le più diffuse vi è sicuramente l’Hijab, che copre la testa e il collo lasciando il viso scoperto, mentre il Niqab e il Burqa implicano una maggiore copertura, lasciando scoperti solo gli occhi o nascondendo completamente il viso. Le motivazioni dietro la scelta di indossare il velo variano da individuo a individuo. Alcune donne lo adottano liberamente come espressione della propria fede, mentre altre sono obbligate dalla propria comunità, marito o famiglia d’origine.

L’arrivo della bambina con il Niqab ha attirato l’attenzione, non solo dei suoi compagni di classe e del personale scolastico, ma anche dell’opinione pubblica. La maestra, che riveste anche il ruolo di pubblico ufficiale, è riuscita ad ottenere, a seguito di un confronto con la famiglia, che la bambina tornasse a scuola a volto scoperto, permettendo così una maggiore interazione e integrazione con gli altri alunni. Ovviamente questo non è stato il primo caso di una bimba costretta dalla famiglia a indossare il velo. Lungi da noi pensarla una scelta libera: alle scuole elementari e a 10 anni non dovrebbe ritenersi nessuno abbastanza grande da avere una così radicata convinzione religiosa, tale per cui ci si senta liberi e consapevoli di adottare simboli come appunto il velo. Questa pratica, quindi, solleva importanti questioni riguardanti l’identità femminile e la libertà personale, poiché il Niqab può rappresentare, soprattutto a 10 anni, una privazione dell’espressione individuale e dell’integrazione; apre però anche ad un dibattito politico, in quanto la copertura integrale del volto, diventa una questione di carattere legislativo e di
sicurezza.

Questo tipo di velo, originariamente consuetudine dei fondamentalisti wahhabiti dell’Arabia Saudita, si è diffuso in altre aree dove il fondamentalismo islamico ha radici profonde, inclusa l’area di provenienza della bambina, dove la sharia, la legge islamica, può essere applicata in alcune regioni. Questo ci mette nella condizione di riflettere, in quanto verosimilmente, non parliamo di famiglie appartenenti ad un Islam moderato, ma di una rappresentazione più radicale.

In alcuni Stati Europei e non, come in Francia, Belgio ed Egitto, sono state introdotte restrizioni legali sull’uso del velo integrale che copre il viso nei luoghi pubblici e nelle istituzioni educative, trovando un bilanciamento tra la libertà religiosa e i valori laici e di uguaglianza di genere, permettendo l’uso dell’Hijab. Questo episodio solleva la necessità di una discussione aperta e inclusiva nel nostro paese, sulla diversità culturale e religiosa nelle società contemporanee, con un focus particolare sul rispetto dei
diritti individuali ma soprattutto sull’equilibrio tra libertà religiosa e valori democratici fondamentali.

Perché se il nostro paese è laico al punto da mettere in discussione il crocifisso nelle classi delle nostre scuole, non si comprende perché simboli che appartengono a culture diverse e lontane dalla nostra, come il velo, e che oltre ad essere rappresentativi di una religione non sempre rappresentano per le donne una libera scelta, debbano essere accettati.