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DONATELLA DI CESARE, FILOSOFA EDITORIALISTA E PROFESSORE ORDINARIO LA SAPIENZA

Che le università italiane pullulino di comunisti con le Brigate Rosse nel cuore è cosa risaputa. Basti ricordare la seconda vita da conferenziere offerta a Renato Curcio, oppure il niet che impedì a Papa Ratzinger di incontrare gli studenti nel primo ateneo di Roma, per capire l’aria che tira.

Per questo l’accorata e sincera commemorazione della terrorista rossa mai pentita Barbara Balzerani postata sui social dalla Prof.ssa Donatella Di Cesare non ci stupisce, piuttosto racconta un clima, un substrato culturale e morale che in Italia ha prosperato per decenni, nell’ambito di un patto non scritto tra democristiani e comunisti, che prevedeva per questi ultimi l’occupazione dei luoghi del sapere, mentre ai primi era destinato il potere.

Pensiamo alle firme apposte allo sciagurato appello contro il Commissario Calabresi. La Professoressa Di Cesare è solo la retroguardia di una falange che ha occupato case editrici, redazioni, media, e che ora, con l’avvento del primo governo di destra della storia della Repubblica, è stata richiamata in servizio, in funzione di punta di lancia di quell’opposizione mediatica che ambisce all’egemonizzazione dell’opposizione politica. Una prima linea scarsa, da salotto, con il volto di attempate ed inacidite signore, con la bava alla bocca quando c’è da scagliarsi contro un’altra donna, loro malgrado assurta a inquilina di Palazzo Chigi. Uno sfregio intollerabile per chi ha fatto del femminismo una maschera dietro cui nascondere l’antica ideologia.

“La tua rivoluzione è  stata anche la mia. Le vie diverse non cancellano le idee. Con malinconia un addio alla compagna Luna”. Sono queste le parole spese da colei che abbiamo imparato a conoscere nei talk televisivi, presentataci come uno dei tanti tuttologi imparziali, sempre pronti a fustigare la destra cattiva e fascista. Ma cosa significano davvero quelle parole? Sono solo il frutto di una nostalgica degli ardori giovanili o c’è dell’altro? A quale rivoluzione si fa riferimento?

C’è infatti un filo rosso che lega una parte della “resistenza”, il terrorismo brigatista” e quel concetto di “antifascismo” con cui si vorrebbe recintare una parte politica fuori dalla legittimità costituzionale. E’ il filo della cosiddetta “rivoluzione incompiuta”. Quello per cui la scelta italiana di porsi dall’altra parte del mondo rispetto alla dominazione sovietica, ha impedito la vittoria a chi intendeva la lotta partigiana non come passaggio indispensabile per riconquistare la libertà conculcata dal fascismo, ma strumento per affermare il socialismo.

Senza capire questo concetto non si capisce nulla delle frasi della Di Cesare, non si capisce l’oblio sulle Foibe, non si capiscono le stragi perpetrate da ex partigiani ai danni di civili a guerra finita, non si capisce come alcune armi utilizzate nel ’45 sono finite nelle mani dei brigatisti negli anni ’70, non si capisce perché il dopoguerra italiano non sia ancora finito.

Ovviamente non pretendiamo che lo capiscano gli editori con la residenza in Svizzera o con i capitali in Francia, i conduttori tv, i giornalisti che si abbeverano agli elenchi della Procura Antimafia. Loro sono impegnatissimi nel dare nuova veste a quella rivoluzione, ed ai loro nipotini per mantenere un potere conquistato con i denti in 40 anni di regime partitocratico.

Vorremmmo invece che ne prendesse piena consapevolezza il governo perché si renda conto che l’avversario è molto più forte e radicato di quanto si pensi, e che per restarci al governo, servirà vincere prima di tutto sul piano culturale, debellando un virus che da oltre 50 anni avvelena la coscienza democratica dell’Italia, impedendole di riformarsi.