Abbonati alla rivista

Nazione Futura Rivista

Abbonati alla rivista

Abbiamo intervistato l’autore di una delle più recenti opere dedicate a Julius Evola, Andrea Scarabelli, collaboratore della Cattedra di Storia della Filosofia I (Unimi) e della Scuola Romana di Filosofia Politica. Vicesegretario della Fondazione J. Evola, dirige il blog Attuali e Inattuali (ilGiornale.it) e la rubrica Mattini dei maghi su «Storia in Rete»

Andrea Scarabelli, la sua biografia è l’ultima opera monumentale uscita su Julius Evola. Ci racconti come nasce la volontà di raccontare luci e ombre del Barone.

È molto semplice: cimentarsi in una biografia del filosofo romano, il più possibile imparziale ed equidistante da acritici entusiasmi e isteriche demonizzazioni, era una delle ultime fatiche da intraprendere nell’ambito degli studi evoliani. Grazie a una felice serie di coincidenze, che mi ha permesso di accedere a un’imponente mole di materiale archivistico inedito, e a lunghe ricerche compiute in Italia, ma non solo, sono riuscito a concludere un lavoro impegnativo, finalizzato a restituire Evola al suo tempo, evocando la complessità dell’uno e dell’altro. Ne è nata questa Vita avventurosa di Julius Evola, prima biografia del filosofo romano.

Dopo aver scandagliato archivi, saggi, articoli e opere d’arte di quell’Evola futurista e dadaista che Sgarbi ha riportato in mostra, cosa consiglia ai novizi per avvicinarsi al complesso pensiero evoliano?

Suggerisco di leggere la sua “autobiografia spirituale” (in realtà, una guida all’opera, guarnita solo da sporadici dettagli esistenziali), Il cammino del cinabro. Per quanto talvolta non del tutto fedele ai fatti (nessuna biografia lo è, d’altra parte), ha il merito indiscutibile di illustrare le ricerche evoliane a trecentosessanta gradi. Dopodiché, ognuno può scegliere le letture che preferisce, in base alla propria inclinazione – l’arte o la filosofia, la metapolitica o la storia delle religioni, la Kulturcrisis o l’orientalismo, e così via.

Cosa rimane oggi del pensiero evoliano nella cultura di destra?

Occorre premettere che Evola ha avuto un rapporto piuttosto complicato con la Destra del secondo dopoguerra, soprattutto di stampo missino, di cui non ha mancato di criticare il rosario ideologico, ben differente dal suo: il nazionalismo un po’ arraffazzonato, lo sciovinismo, il culto della Repubblica Sociale Italiana, il cattolicesimo, l’infatuazione gentiliana… Molti ambienti della Destra attuale, che a quelli missini si rifanno più o meno esplicitamente o da essi derivano, hanno ereditato dai propri predecessori un certo scetticismo verso le posizioni evoliane, giudicate troppo astratte, troppo intellettuali, difficilmente traducibili in una prassi politica. Troppi “se” e “ma”, insomma. Diverso è il discorso se dalla prassi si passa al problema della visione del mondo – che d’altronde della politica è, o dovrebbe essere, la base, e in assenza della quale la politica stessa tende ad avere il fiato piuttosto corto. Come scrive Alain de Benoist, la visione del mondo ha a che fare con la messa in prospettiva del reale che significa, in buona sostanza, che lo stesso fenomeno assume un significato del tutto diverso in base al sistema in cui lo si inserisce. Non ha un valore in sé (nulla, su questa terra, ne ha), e quindi è inutile agire su di esso ma anzitutto sulla mentalità che lo analizza, sull’osservatore più che sull’osservato, dimodoché il mutamento esterno auspicato possa esserne una diretta conseguenza. Ebbene, da questo punto di vista, il pensiero di Evola è fondamentale.

Ermetismo, chiaroscuri, tema del razzismo di matrice “spirituale”. Potremmo definire Evola la perfetta incarnazione delle contraddizioni del ‘900?

Diciamo che è stato soprattutto un “eccentrico”, nei vari ambiti che ha intercettato in oltre mezzo secolo di attività. Ha affrontato l’arte su base filosofica e la filosofia su base spirituale, il suo interventismo politico ha avuto come punto di riferimento principale i valori tradizionali. Vicino al fascismo ma giudicato “antifascista” dall’Ovra, il suo “razzismo” era giudicato dai razzisti duri e puri un “antirazzismo” mascherato, volto a minare dall’interno la cittadella del Regime. Più che inserirsi nelle contraddizioni, ha aperto delle faglie nei saperi, inseguendo una prodigiosa curiosità intellettuale mai venuta meno, che solo dogmatici e bigotti si rifiutano di vedere.

Perché restituire Evola alla storia?

Non solo perché nella Storia si è sviluppato – come ognuno, d’altronde –, ma perché ha fatto del confronto con essa la propria chiave di volta. Per quanto “metastorica” e “metafisica”, la sua azione ha come quintessenza un “interventismo” politico-culturale ignoto ad altri interpreti della Tradizione – René Guénon in primis. Il suo era l’animo di un guerriero, come scrisse lui stesso, disposto ad attingere al piano delle idee ma sempre in un corpo a corpo con la Storia.