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Affrontare il tema dell’interruzione di gravidanza significa, in un certo senso, correre il rischio di entrare nel tunnel della polemica, della fatta da parte di un mondo, quello femminista, che non accetta opinioni divergenti dalla loro narrazione. In un certo senso chi scrive – in quanto uomo – ha sempre pensato che tale argomento debba essere primariamente affrontato dalle donne e semmai dall’uomo solo in due casi: in stretta connessione alla gravidanza, oppure da un punto di vista teologico, filosofico o politico, evitando su un tema di estrema delicatezza quel dibattito cui siamo spesso purtroppo costretti ad assistere, malgrado le nostre migliori intenzioni. 

Per questo seppur trattandosi di un dibattito che interroga – o dovrebbe interrogare – le coscienze e assume un valore politico in quanto interroga le stesse coscienze politiche, appare evidente come, ad oggi, sull’aborto si assista a uno stillicidio abilmente strutturato su una falsa dicotomia: i sostenitori del Diritto assoluto all’aborto quale massima conquista della libertà della donna e i contrari a esso, etichettati come fanatici e oscurantisti. 

Così i primi diventano i “sostenitori dell’aborto”, i secondi invece “gli antiabortisti”. A tutto ciò non ha giovato la radicalità del dibattito americano e le sue pulsioni da scontro di civiltà distinti e diverse dal nostro stile europeo, ma non bisogna neanche dimenticare alcune iniziative abortiste che in alcuni stati ultra liberal – come New York – hanno assunto, non facilita un dibattito circoscritto ai canoni della normalità. 

Ciò va puntualizzato in quanto troppo spesso assistiamo a giudizi sommari sul dibattito americano senza tener conto delle derive emerse negli ultimi anni. 

La difficoltà di affrontare il tema è evidente e le polemiche che ogni intervento disconnesso dalla visione dei cultori dell’aborto ne sono l’immagine palese. Chi pone dei dubbi viene bollato, deriso, insultato e ostracizzato dal coro unito di esponenti della sinistra, femministe e dai cosiddetti attivisti – categoria in costante crescita – come “nemico delle donne”, e sostenitore o sostenitrice di una cultura patriarcale. Tutte metodiche che uccidono il pensiero e di conseguenza la libertà. Un tema su cui vige un fanatismo radicale e persino violento. Vittime preordinate i cattolici, per non parlare dei medici obiettori di coscienza, molti dei quali non sono né cattolici né tantomeno praticanti, che non se la sentono, e nessun individuo può essere – in una società libera – obbligato a compire un atto che di per sé interrompe il sorgere di una vita. Ora arriviamo alla cronaca. 

Si è dibattuto molto negli ultimi due giorni sulla decisione assunta dall’Assemblea Nazionale di Parigi di inserire l’aborto in Costituzione, riaccendendo un dibattito sull’opportunità o meno di una scelta così radicale. 

La Costituzione è la legge fondamentale di una Nazione, e inserire il “diritto all’aborto” significa andare ben oltre il riconoscimento di un diritto, verso la consacrazione di un principio estremamente divisivo. Ma ciò che fa riflettere e sì, diciamolo, allarma e sconcerta l’essere umano che tiene all’ umanità come principio sono le immagini dei festeggiamenti post-votazione, la spettacolarizzazione di un tema che è doloroso, per la donna, qualunque sia la causa di una decisione così estrema. 

Si può veramente pensare che l’aborto possa essere festeggiato? Si può festeggiare il dolore? Questo dovremmo chiederci, e ancor di più in un Paese come la Francia dove non esiste, e non è mai esistita, una minaccia diretta all’interruzione di gravidanza. 

Resta però al di là del giudizio individuale, personale e umano, la delusione per la volgarizzazione di un tema che tocca nelle pieghe più profonde l’anima dell’individuo nella sua coscienza più profonda. Altrimenti ci troveremmo al là del bene e del male a solcare vette che preferiremmo evitare.