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Dal campo largo al campo santo è un passo, sopratutto quando si commette l’errore di pensare che alla somma di liste corrisponda de relato una eguale sommatoria di consenso e dunque di voti. La Sardegna ha illuso la sinistra di poter assestare la spallata decisiva al governo, allargando la coalizione dall’originale “campo largo” sardo, al “campo larghissimo” abruzzese, aggiungendo all’accampamento – perché tale è la colazione – persino i macroniani centristi di Italia Viva e Azione. Infatti il candidato D’Amico si è ben guardato da chiedere la presenza dei leader sul palco tutto insieme. Chi riuscirebbe ad immaginare Renzi e Conte insieme sul palco con Calenda, Schlein e Fratoianni, nel remake de l’Unione targata allora Romano Prodi. Come disse Lenin parafrasando Carlo Marx “ la storia si ripete sempre due volte, la prima come tragedia, la seconda come farsa”. Gli elettori non sono ingenui e non ci sono cascati. 

Alla fine nonostante i succosi editoriali, e giorni e giorni di dietrologie, e analisi, più fantascientifiche che politiche, gli elettori hanno parlato. 

Molti editoriali andranno riscritti e le previsioni sul “vento che sta cambiando” altro non erano che pure fantasticherie.  Gli accampati e le loro aguzze pena avrebbero dovuto rammentarsi che “una rondine non fa primavera” e che la Sardegna è stato un puro caso, o meglio il frutto di una serie di  errori politici commessi dal centrodestra che  hanno finito per regalare ad Alessandra Todde e al “campo largo” la vittoria.  In Abruzzo non c’era nessun presupposto che potesse far pensare che il vento stesse mutando ad eccezione dell’immaginazione, del desiderio e delle fantasticherie di molti che hanno ipotizzato un rocambolesco effetto domino che finisse per travolgere il centrodestra. 

Alla fine  il voto degli abruzzesi ha riportato tutti – sopratutto a sinistra – alla realtà, ponendo termine ai festeggiamenti sardi, che qualcuno aveva pensato di trasferire in Abruzzo. 

L’accampamento larghissimo si è palesemente già estinto in partenza e anche quello “largo” seguirà a breve, è nel destino delle cose. Perché tali alleanze sono contro la natura della politica, e presto o tardi i nodi vengono al pettine. L’idea di sommarsi per vincere non basta, non è elettoralmente entusiasmante, anzi è stata percepita dagli elettori come una semplice accozzaglia politica. 

La differenza con il centrodestra è chiara e occorre avere la lucidità e l’obiettività di ammettere che la coalizione guidata da Giorgia Meloni oggi e da Silvio Berlusconi  -che l’ha creata – per più di vent’anni non è il frutto di alchimie elettorali, ma una solida alleanza politica che seppur nelle differenze di sfumature tra i partiti è forgiata su una comune visione politica, su una comunità di intenti che regge da oltre trent’anni. Differenza non marginale. 

Resteremo in attesa della prossima creazione immaginifica della sinistra che dopo “Ohio” italiano dovrà studiare un nuovo sogno cui affidare speranze che non poggiano almeno ad oggi su nessuna base politica solida.