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Non capita spesso di leggere un libro tagliente come una lama affilatissima e delicato come una carezza affettuosa. Eppure questo è Indecenti (Passaggio al Bosco, 2023) di Emanuele Ricucci: un tentativo di ingaggiare uno scontro frontale con i soliti dogmi contemporanei, di combatterne la prepotenza, mantenendo però sempre viva la bandiera di quella normalità strapazzata, vituperata, che pure emerge qua e là a offrire l’immagine di un contraltare, quello dove siedono i reietti del nostro tempo.

Fotografia di un mondo in declino, per non dire di una civiltà, il libro inquadra le storture che attanagliano quest’epoca scellerata come per svegliare le coscienze assopite nella rassegnazione generale, in cui spicca un «nuovo aggregato fatto di tante individualità urlanti e pretenziose, fragili e disorientate», mere comparse anonime di un mondo in cui «la morale si è decomposta in favore della moralizzazione della società».

Non c’è bene, verrebbe da dire, in questo quadro desolato, e però stranamente la speranza a tratti riaffiora, nei dettagli apparentemente marginali, come negli occhi di una bambina impaurita che cerca riparo e rifugio tra le braccia dei genitori; in quella residua, istintiva esigenza di legami che per millenni sono stati percepiti e vissuti come normali, pur con tutti i difetti che si insinuano giocoforza in ogni normalità. Ecco che il più innocente atto di semplicità assume le sembianze di un sasso sferrato contro quella repressiva operazione di «rieducazione coatta», non verso il «bene» – non si potrebbe per definizione – ma verso il «giusto», che è la categoria morale atta a rappresentare la decenza andata a male, scaduta, eppure spacciata come pura, da indossare e ostentare per essere accolti nei circoli rispettabili. E il giusto, in effetti, lungi da ogni nobile idea di giustizia, è pur sempre il «giusto parlare, il giusto accogliere, il giusto scegliere nel contesto della libertà e dei diritti», con l’obiettivo di costruire una società uniforme, prestampata, rispondente ai canoni dominanti.

Ecco allora la fiaccola dell’indecenza, luminosa in questo triste sparire di luce, in questa tenebra che ottenebra, e che rende passivi a un sistema che pretende di ingabbiare il pensiero, lo spirito critico, la sana, scandalosa potenza del dubbio «nemico dell’imposizione».

Il salto di qualità che Ricucci coglie nella società è quello dell’«uomo massa» che si fa «uomo folla». Le intuizioni di Gustave Le Bon riviste alla luce dell’ultra-individualismo di oggi, mostrano una disintegrazione più profonda dell’umano rispetto a un secolo fa. Gli spunti di filosofia e scienza politica che l’autore offre vanno in quella direzione. Dalle intuizioni di Luigi Di Gregorio, Giovanni Sartori, Marcello Veneziani, Luigi Iannone, a quelle più antiche di Ortega y Gasset, Tocqueville e altri giganti del pensiero, sembra emergere un’analisi netta sull’evoluzione del mondo, benché non percepita nei canali ufficiali dell’informazione. Di fronte alla banalità dell’intolleranza che vediamo fiorire negli occhi e nelle parole di tanti giovani – ancor più se istruiti e laureati – c’è tutta la risposta di una generazione «talmente disabituata a ragionare sopra le cose, ad allenare l’anima e il cervello alla complessità, alla diversità, al pensiero critico», da partorire un esito agghiacciante: quello di non riuscire più «a tollerare un’idea diversa dalla propria». È quello che sta accadendo nelle università americane, o, per rimanere in casa nostra, in Bocconi, dove la mera critica – seppur infantile e volgare – a un bagno gender, diventa motivo di radiazione da lezioni ed esami per sei mesi.

La speranza riaffiora nel richiamo a dimensioni innate dell’animo umano. Se il politicamente corretto impone un uso distorto dell’empatia, usandola «come leva per snaturare e gestire gli uomini di questo tempo», sembra tuttavia non raggiungere con le sue propaggini mediatiche, economiche, culturali, quei sentimenti inscalfibili di attaccamento alle proprie radici, fosse anche solo il ricordo dei luoghi della propria infanzia, la grande arte, la poesia, i legami tra le generazioni. In quelle pulsioni sopravvive l’identità, bastione perennemente minacciato, ma pur sempre bastione non facilmente valicabile dalla imponente ondata disumanizzante che nulla ammette, fuorché sé stessa.

Tocca altezze non comuni il ragionamento intorno alla Tecnica e al Progresso, tra illustri citazioni e originali definizioni. È la battaglia semantica, in fin dei conti, quella decisiva, sul cui campo si deciderà la sorte della civiltà occidentale. Da una parte chi si adopera per la distruzione dei significati, e dei concetti ad essi sottesi, e dall’altra chi difende, per dirla con Chesterton, la libertà di dire che «due più due fa quattro» e che «le foglie sono verdi d’estate». 

Ha il merito di lasciare qualcosa dentro di noi quest’ultimo libro di Emanuele Ricucci. Sarà «niente più che un esempio» e «nulla più di un’evocazione», ma contiene quelle «tracce d’uomo vero» di cui oggi si sente la mancanza.

Solo la fiaccola dell’indecenza, del non piegarsi a quel che pare ineluttabile, può salvarci dal declino. Occorre lo sforzo titanico di un’intera area politica, culturalmente troppo spesso divisa in quei «mille rivoli» di cui parlava una vecchia canzone. Non è tempo di vantare purezze dottrinarie. È tempo di unire le forze, qui ed ora, ché non tutto è ancora perduto.